Raramente negli ultimi tempi posto o scrivo delle mie uscite, in questo caso invece sono contento di condividere qualcosa che non sempre viene pubblicato, la rinuncia o la sconfitta, il risultato non portato a casa. Lo posto perché ho scoperto che anche questa esperienza può lasciare un gusto dolce come quella del successo. E' un'uscita fatta lo scorso gennaio ma il significato è attuale.
Report completo con foto:
http://www.verticalattitude.eu/2011/04/va-blog-cordier-couloir-–-cronaca-di-una-rinuncia-annunciata/
"Sabato mattina, siamo reduci da una settimana in ufficio e le condizioni a Chamonix non sono delle migliori, non nevica da parecchio, fa freddo e la motivazione non è sufficiente per spronarci a sveglie antiduliviane per chissà che impresa.
E’ così che decidiamo per un’uscita in relax, nello splendido bacino del ghiacciaio dell’Argentiere dove si affacciano numerose nord che hanno fatto la storia dell’alpinismo e dello sci ripido.
Non abbiamo una meta precisa, una volta scesa la scaletta dei Grandes Montets, messi gli sci, tagliamo subito a destra e ci fermiamo ai piedi del couloir Chevalier.
Dopo avere valutato la terminale molto aperta e il fatto che la nostra attrezzatura consiste in corda da randonee e picozza leggera, decidiamo di proseguire verso la nostra meta iniziale ovvero il ghiacciaio dell’Argentiere in esplorazione delle condizioni dei vari canali.
Messe le pelli, partiamo legati in cordata, indecisi se andare al fare il Col de Cristaux o fare parte della NE delle Courtes. Quando però vediamo due sciatori che battono traccia sotto il conoide delle Courtes decidiamo di seguirli.
Sono le 10:30 e stabiliamo che comunque vada alle 13:00 sarà il momento per rientrare. Quella di decidere prima l’orario limite è un’abitudine che ho adottato ormai da tempo e la considero una sorta di disciplina che in talune circostanze può sembrare ridondante ma in altre può salvarti le penne.
Sappiamo che non arriveremo in vetta ma oggi è così, è un “leisure day”, per fare ricognizione, un po’ di allenamento e godersi la giornata.
E’ a questo punto che scopriamo che i due che ci precedono stanno battendo traccia in un altro canale rispetto a quello che pensavamo. Decidiamo comunque di seguirli, le condizioni sono eccellenti, freddo ma non eccessivo, neve in abbondanza ma stabile. Decidiamo di togliere le pelli nel punto in cui la neve ventata e indurita non ci consente di proseguire (io scivolo e Jaki perde una pelle). Non senza difficoltà togliamo gli sci e le pelli e calziamo i ramponi.
Come ogni volta mi dico, col senno di poi, che sarebbe meglio essere proattivi e scegliere il punto dove fermarsi per cambiare attrezzi invece di trovarsi nel punto peggiore perché si è stati pigri o negligenti. E’ risaputo che in montagna la disciplina è ciò che fa la differenza e talvolta sembriamo volerlo dimenticare di proposito.
Proseguiamo sci in spalla e ramponi ai piedi, Jaki mi da il cambio e passa avanti, salendo sfruttando le tracce di chi ci precede. Una veloce ricerca nell’archivio del cervello cerca di individuare la via che stiamo seguendo ma le caratteristiche non coincidono con la via che riteniamo essere la più probabile.
Continuiamo così, senza sapere cosa stiamo risalendo, godendoci passo dopo passo. Rimaniamo legati non sapendo le condizioni della terminale, scambiando qualche battuta e considerazione sulla via. L’unico punto fermo è l’ora in cui abbiamo deciso di tornare indietro indipendentemente dal punto in cui saremo.
Dopo alcune centinaia di metri, arriva così il momento di rientrare. Creata una piazzola e assicurati ciascuno alla propria picozza, ci cimentiamo in quella simpatica operazione di togliere i ramponi, mettergli sci e stringere gli scarponi in un equilibrio instabile con canale di oltre 50° di pendenza cosparso di rocce sotto di noi.
E’ arrivato il momento di scendere, i soliti dubbi sulla tenuta della neve rendono le prime curve un po’ incerte e, mentre Jaki riesce a fare curve saltate, i miei sci e il mio stile richiedono curve più lunghe. Questo vuol dire maggiore velocità e quindi maggiore carico sul manto nevoso e la paura delle conseguenze di una caduta richiedono la massima concentrazione. Ad ogni cambio di direzione, piccole scariche ti seguono investendo gli sci e deviandone la traiettoria.
Iniziamo a concatenare qualche curva e man mano che il ritmo diventa più regolare, prendiamo anche più fiducia, sciando questo bel canale. Il ritmo sale ma provoca anche più “sluff” e questo ci impone di fermarci ogni tanto per lasciare passare la scarica dietro di noi. La pendenza non molla, saltiamo la piccola terminale e tiriamo il fiato.
Rimane il conoide di neve compressa, a tratti gelata, a tratti con crosta portante e a tratti no. Qualche secondo dopo siamo sul ghiacciaio per rientrare.
Per la prima volta ho fatto un’esperienza in cui non ho vissuto il fine ma il presente. Ogni volta c’è una vetta o una discesa, spesso entrambe e la mente sfugge al presente, concentrata com’è sul fine.
Mi rendo sempre più spesso conto di come questo finisca sempre per creare una tensione positiva che purtroppo, se da un lato è l’artefice del risultato, dall’altro mi impedisce di gustare pienamente il singolo istante. Per chi fa questo sport, è fin troppo comune la conoscenza di quella sensazione di gratificazione per avere completato una discesa o un’ascensione che però svanisce subito, lasciando un vuoto che solo l’idea di una nuova sfida può riempire.
Oggi no, oggi ho goduto di ogni istante, assaporandolo come mai mi era successo prima, vivendo appieno il presente senza preoccupazione per il futuro.
Soltanto rientrati scopriamo la nostra via, è la NNE delle Courtes per il couloir Cordier che poi interseca la via degli austriaci, una via 5.4, TD E4, sono certo che se l’avessimo saputo prima altri stimoli mentali non ci avrebbero fatto apprezzare allo stesso modo questa bella giornata."
Report completo con foto:
http://www.verticalattitude.eu/2011/04/va-blog-cordier-couloir-–-cronaca-di-una-rinuncia-annunciata/
"Sabato mattina, siamo reduci da una settimana in ufficio e le condizioni a Chamonix non sono delle migliori, non nevica da parecchio, fa freddo e la motivazione non è sufficiente per spronarci a sveglie antiduliviane per chissà che impresa.
E’ così che decidiamo per un’uscita in relax, nello splendido bacino del ghiacciaio dell’Argentiere dove si affacciano numerose nord che hanno fatto la storia dell’alpinismo e dello sci ripido.
Non abbiamo una meta precisa, una volta scesa la scaletta dei Grandes Montets, messi gli sci, tagliamo subito a destra e ci fermiamo ai piedi del couloir Chevalier.
Dopo avere valutato la terminale molto aperta e il fatto che la nostra attrezzatura consiste in corda da randonee e picozza leggera, decidiamo di proseguire verso la nostra meta iniziale ovvero il ghiacciaio dell’Argentiere in esplorazione delle condizioni dei vari canali.
Messe le pelli, partiamo legati in cordata, indecisi se andare al fare il Col de Cristaux o fare parte della NE delle Courtes. Quando però vediamo due sciatori che battono traccia sotto il conoide delle Courtes decidiamo di seguirli.
Sono le 10:30 e stabiliamo che comunque vada alle 13:00 sarà il momento per rientrare. Quella di decidere prima l’orario limite è un’abitudine che ho adottato ormai da tempo e la considero una sorta di disciplina che in talune circostanze può sembrare ridondante ma in altre può salvarti le penne.
Sappiamo che non arriveremo in vetta ma oggi è così, è un “leisure day”, per fare ricognizione, un po’ di allenamento e godersi la giornata.
E’ a questo punto che scopriamo che i due che ci precedono stanno battendo traccia in un altro canale rispetto a quello che pensavamo. Decidiamo comunque di seguirli, le condizioni sono eccellenti, freddo ma non eccessivo, neve in abbondanza ma stabile. Decidiamo di togliere le pelli nel punto in cui la neve ventata e indurita non ci consente di proseguire (io scivolo e Jaki perde una pelle). Non senza difficoltà togliamo gli sci e le pelli e calziamo i ramponi.
Come ogni volta mi dico, col senno di poi, che sarebbe meglio essere proattivi e scegliere il punto dove fermarsi per cambiare attrezzi invece di trovarsi nel punto peggiore perché si è stati pigri o negligenti. E’ risaputo che in montagna la disciplina è ciò che fa la differenza e talvolta sembriamo volerlo dimenticare di proposito.
Proseguiamo sci in spalla e ramponi ai piedi, Jaki mi da il cambio e passa avanti, salendo sfruttando le tracce di chi ci precede. Una veloce ricerca nell’archivio del cervello cerca di individuare la via che stiamo seguendo ma le caratteristiche non coincidono con la via che riteniamo essere la più probabile.
Continuiamo così, senza sapere cosa stiamo risalendo, godendoci passo dopo passo. Rimaniamo legati non sapendo le condizioni della terminale, scambiando qualche battuta e considerazione sulla via. L’unico punto fermo è l’ora in cui abbiamo deciso di tornare indietro indipendentemente dal punto in cui saremo.
Dopo alcune centinaia di metri, arriva così il momento di rientrare. Creata una piazzola e assicurati ciascuno alla propria picozza, ci cimentiamo in quella simpatica operazione di togliere i ramponi, mettergli sci e stringere gli scarponi in un equilibrio instabile con canale di oltre 50° di pendenza cosparso di rocce sotto di noi.
E’ arrivato il momento di scendere, i soliti dubbi sulla tenuta della neve rendono le prime curve un po’ incerte e, mentre Jaki riesce a fare curve saltate, i miei sci e il mio stile richiedono curve più lunghe. Questo vuol dire maggiore velocità e quindi maggiore carico sul manto nevoso e la paura delle conseguenze di una caduta richiedono la massima concentrazione. Ad ogni cambio di direzione, piccole scariche ti seguono investendo gli sci e deviandone la traiettoria.
Iniziamo a concatenare qualche curva e man mano che il ritmo diventa più regolare, prendiamo anche più fiducia, sciando questo bel canale. Il ritmo sale ma provoca anche più “sluff” e questo ci impone di fermarci ogni tanto per lasciare passare la scarica dietro di noi. La pendenza non molla, saltiamo la piccola terminale e tiriamo il fiato.
Rimane il conoide di neve compressa, a tratti gelata, a tratti con crosta portante e a tratti no. Qualche secondo dopo siamo sul ghiacciaio per rientrare.
Per la prima volta ho fatto un’esperienza in cui non ho vissuto il fine ma il presente. Ogni volta c’è una vetta o una discesa, spesso entrambe e la mente sfugge al presente, concentrata com’è sul fine.
Mi rendo sempre più spesso conto di come questo finisca sempre per creare una tensione positiva che purtroppo, se da un lato è l’artefice del risultato, dall’altro mi impedisce di gustare pienamente il singolo istante. Per chi fa questo sport, è fin troppo comune la conoscenza di quella sensazione di gratificazione per avere completato una discesa o un’ascensione che però svanisce subito, lasciando un vuoto che solo l’idea di una nuova sfida può riempire.
Oggi no, oggi ho goduto di ogni istante, assaporandolo come mai mi era successo prima, vivendo appieno il presente senza preoccupazione per il futuro.
Soltanto rientrati scopriamo la nostra via, è la NNE delle Courtes per il couloir Cordier che poi interseca la via degli austriaci, una via 5.4, TD E4, sono certo che se l’avessimo saputo prima altri stimoli mentali non ci avrebbero fatto apprezzare allo stesso modo questa bella giornata."
