Lo sci è un'industria in salute?

e.frapporti

DURACELL
Mi sono imbattuto in un'analisi economica dell'industria sciistica sul blog di Luca Rota, una lettura interessante che vi propongo a questo link

Come lo stesso autore scrive sul finale, è solo una prima analisi superficiale e di cose da considerare ce ne sarebbero molte altre, magari qualcuna viene fuori anche qui
 
Interessante, sostanzialmente contiene molte delle analisi implacabili che, da tempo, vengono svolte qui.
Preoccupante ma efficace il parallelismo con LB.

Se non diventa sempre più elitario (cioè riservato agli stranieri, ma le Alpi sono grandi: impossibile pretendere di convocarli tutti qui) c'è il rischio di un'esplosione della, bolla e di un fuggi-fuggi generale.
Ricorda la vicenda del mercato dei tulipani.

Oppure semplicemente, lentamente ma progressivamente, si chiude, e quei pochi italiani che potranno permetterselo porteranno i loro soldi all'estero.
Essendo già mercato di nicchia non mi pare ci sia troppa speranza di supportarlo su vasta scala con denaro pubblico: sarebbe elettoralmente sconveniente.
 
Il soggetto del blog è noto per essere critico verso il modello di sviluppo delle stazioni sciistiche, quindi quello che dice può essere una base di partenza per una riflessione, ma le valutazioni di merito sono da prendere con le pinze.
Seguono alcune riflessioni sulle gestioni messe giù in maniera abbastanza disordinata, sulla base della mia (breve) esperienza da agente di pedana e da persona che sulla gestione degli impianti sciistici ci ha fatto una tesi.
1. Il Rota fa un calderone di tutti gli esercenti e tutte le stazioni, tranne per alcuni accenni a specifiche zone. Direi che sia una semplificazione abbastanza grossolana. Se avesse voluto fare un'analisi sensata avrebbe diviso per cluster di esercenti in base alla dimensione della stazione gestita, se l'esercente è l'unico esercente della stazione o se sono più di uno, sulle caratteristiche geografiche della stazione, etc.
2. Molti esercenti di stazioni medio-piccole sono aziende piccole e a gestione familiare, con tutto quello che consegue. Scarsa innovazione, uso dell'azienda per trovare un lavoro ai figli, l'obiettivo non è massimizzare i margini ma minimizzare i costi. Le aziende grosse sono invece molto più strutturate, con funzioni di programmazione strategica e di controllo di gestione funzionanti come cristo comanda.
3. Anche grandi comprensori possono avere modelli di gestione diversi: la val gardena è molto frammentata, la val badia ha visto da una 10ina di anni un consolidamento degli esercenti, idem arabba, la val di fassa invece vede una forte presenza della sitc nel capitale degli altri esercenti. In val d'aosta e friuli i comprensori sono prevalentemente a gestione pubblica (rispettivamente attraverso finaosta e promotur).
Un grande comprensorio gestito da tante piccole società può avere meno economie di scala rispetto a un comprensorio più piccolo ma gestito da un singolo esercente.
4. Non specifica una fonte che sia una per i numeri che propone.
5. La destagionalizzazione non viene minimamente citata. Eppure il numero di turisti che prende gli impianti anche d'estate non penso proprio sia trascurabile, anzi. Inoltre, l'apertura estiva ha una quota di costi fissi notevolmente minore (zero innevamento artificiale, zero battitura piste) e l'apertura dei soli impianti principali permette di ridurre le spese di elettricità e personale. Per alcune piccole stazioni, con poche piste e a bassa quota, l'apertura estiva è ciò che salva i bilanci, ma non penso proprio che la cosa sia generalizzabile a tutti gli esercenti. (Sulla destagionalizzazione c'è un itneressante articolo del 2021 https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0160738321001456?via=ihub
Doi 10.1016/j.annals.2021.103267)
 
è un'analisi economica piuttosto banale e dilettantistica, troppo semplicistica, come la potrebbe scrivere un tesista o anche meno.
Il che non vuol dire che le tesi siano per forza non condivisibili.
Mercato maturo o saturo? Perchè il fatto che l'incremento sia stato assai modesto negli ultimi 20 anni, non è detto che sia indice di maturazione/obsolescenza, ma magari di saturazione. Che sono due cose molto diverse e che prevedono azioni di risposta molto diverse
 
Vedo ahime, come in molta parte delle analisi, una visione limitata, quasi con il paraocchi, di chi fondamentalmente sullo sci è critico.

Il fatturato delle stazioni sciistiche è raddoppiato a fronte del raddoppio dei costi degli skipass, vero, ma un +21% di presenze su base ventennale non è un risultato da sottovalutare... nonostante sciare oggi costi il doppio che a inizi 2000, invece di perdere presenze si è comunque aumentato costantemente il numero di skipass venduti... me cojoni direi!

E poi diciamocelo, trovatemi un settore tra sport e divertimenti che non abbia visto i costi raddoppiarsi rispetto a 20 anni fa... pure un pallone da calcio costa il doppio rispetto a inizio secolo...

Ma la cosa più limitata, e direi ingenua, da parte di queste analisi, e non considerare l'indotto... ci sono centinaia di migliaia di attività, partite iva, senza considerare scuole e maestri di sci, che vivono in buona parte grazie all'indotto dello sci, e ci scandalizziamo che venga supportato dalla politica e dal governo?

Mettiamoci compravendita e affitti di immobili, forniture di servizi...

Piuttosto ci sarebbe da pensare a una cosa: supposto che arriverà un momento in cui, spero il più tardi possibile, questi quasi 9 miliardi di fatturato non ci saranno più o saranno comunque pesantemente ridimensionati, come la quadreremo la cosa, come provvederemo a mantenere un indotto?

Queste, a mio avviso, sono le domande che proprio i critici dell'industria della neve dovrebbero porre, e anzi, magari iniziare a proporre soluzioni che non siano "riprendiamoci la montagna nella sua naturalità"....
Perchè se un giorno quelli che oggi comprano quei 32 milioni e mezzo di skipass non potranno più farlo, non andranno certo in montagna a vedere le marmotte... andranno al mare in stabilimento balneare, o a farsi i selfie sul seceda, ma il resto della montagna?

E allora vedrai ancor più le montagne spopolarsi, i boschi bruciare perchè non li gestisce più nessuno, centinaia di migliaia di case perdere valore e finire abbandonate, intere stazioni diventare deserte... già lo vediamo oggi che fine fanno le stazioni che avevano gli impianti e ora non più... vogliamo davvero vedere la montagna finire così?
 

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Condivido tutti i pareri critici e negativi sull'analisi di Luca Rota. Banale superficiale con un'antipatia di fondo per lo sci. Valore poco più di zero, diciamo uno. Lo sci e le località principali stanno molto meglio di quanto questi critici pensano. Per me l'autore fa parte del circolo del cognetti, aspetto che diminuisce ancora di più il valore dell'articolo
 
Mi sono imbattuto in un'analisi economica dell'industria sciistica sul blog di Luca Rota, una lettura interessante che vi propongo a questo link

Come lo stesso autore scrive sul finale, è solo una prima analisi superficiale e di cose da considerare ce ne sarebbero molte altre, magari qualcuna viene fuori anche qui
Ad una prima rapida lettura, due considerazioni:

1) Perché lo studio dell'ANEF (l'associazione nazionale degli impiantisti) su cui l'autore basa praticamente tutto l'articolo, non è stato reso disponibile da coloro che lo hanno redatto? All'inizio accenna al fatto che è stato solamente presentato ma mai condiviso. Diciamo che è proprio così che poi si alimentano le teorie speculative, non una grandissima mossa da parte dell'ANEF se confermata come cosa.

2) Ma il "costo skipass alpi italiane" che viene mostrato nei due grafici su cosa si basa? Come si evince dal grafico, per il 2026 come valori vengono indicati, rispettivamente, 83€ di media generale e 92€ per i grandi comprensori. Valori completamente senza senso, considerando che in Italia, se non erro, i tre skipass più cari in alta stagione sono il DSS (totale) che costa 86€, Madonna di Campiglio che costa 85€ e l'internazionale a Cervinia a 85€ (e che, di fatto, non rappresenta un prezzo 'solamente' italiano poiché comprende anche il lato svizzero). Il prezzo dello skipass del resto dei comprensori italiani, nonostante i rincari oggettivi degli ultimi anni, non si avvicina minimamente a quelle cifre. Quindi da dove saltano fuori quei valori?

Per il resto devo ancora approfondire però sì, ad una prima rapida ricognizione non mi sembra niente di nuovo, se ne è parlato a iosa su questi lidi che l'aumento dei costi degli skipass non è mai andato di pari passo all'aumento di sciatori, con i relativi fatturati sballati...
 
Ma perchè voi siete tutti ottimisti e vi sembra che tutto vada bene (lato consumatori, intendo) ?

No, perchè poi sento parlare di spopolamento o snaturamento dei centri montani, dismissioni appenniniche, stazioni-karaoke, e-skipass-costa-sempre-di-più ecc...

A me non interessa (in prima battuta) CHI svolge le analisi... mi interessa capire se la situazione descritta corrisponde alla mia osservazione.
Poi - magari - sul PERCHE' , sul COME e QUANDO (e tuti gli altri amici di Kipling) possiamo sviluppare il discorso e possiamo - anzi dobbiamo - anche dissentire, pure tra noi.

In verità dall'introduzione è indicato chiaramente che si tratta di un'analisi ricognitiva, non una ricerca di concause né di soluzioni .

Sarà che ho ancora negli occhi la Brenva vista 10 gg fa (e soprattutto il nulla che resta del Brouillard e del Freney) o sento i nuovi allarmi sul Planpincieaux, leggo nei 3d appenninici più lamentazioni che le ns bisnonne al rosario, sarà che sulle piste negli ultimi anni vedo tantissimi stranieri, molti boomer ma pochissimi italiani giovani...

A me sembrava che il tema di fondo fosse semplicemente: quali sono le prospettive?
Magari ho travisato il senso dell'articolo.
Fortunatamente IO non conoscevo chi lo avesse scritto, per cui non potevo incorrere in pregiudizi.
 
Non è l'industria sci a non essere in salute, è chi dovrebbe sostenerla che non è più in salute.
Se da quando ho inziato a lavorare il potere d'acquisto del mio stipendio è calato almeno del 40%, di che vogliamo parlare?
 
Non è l'industria sci a non essere in salute, è chi dovrebbe sostenerla che non è più in salute.
Se da quando ho inziato a lavorare il potere d'acquisto del mio stipendio è calato almeno del 40%, di che vogliamo parlare?

Ok, giusto. Condivisibile.
Però questa non è una diagnosi né una prognosi.
Anzi no: forse la seconda riga conferma proprio le mie fosche previsioni di cui sopra quindi la prognosi è implicita tra fattori climatici, economici, energetici e geopolitici, ma anche culturali, tutti sfavorevoli e convergenti.

Il tema è se e quanto può reggere il meccanismo (si esaurisce prima la ruota oppure il criceto?), almeno limitandosi allo scenario italiano e con i consumatori italiani.
 
Bob, lo sci è una pratica sportiva e ludica.
In tempi di difficoltà le prime cose ad essere tagliate sono proprio queste.
Il fatto, però, è che questo sport che tanto attira per tantissime ragioni (soprattutto ideologiche) la ritrosia, per non dire quasi insofferenza e odio da parte di molti, muove e mantiene prospera l'economia di porzioni di territorio che altrimenti sarebbero depressi se non abbandonati.
La vera questio, secondo me, è questa: se finisce lo sci alpino, quello fatto di impianti di trasporto a fune, di vacanza e svago accessibili a quasi tutti, che ne sarà dei territori dove questo si svolge e delle comunità che da queste attività traggono sostentamento?
Una delle realtà alternative è quella abbruzzese che tanto critichi (a ragione, per carità). C'è una parte di territorio che sta provando a sopravvivere e fare guadagno con il minimo sforzo, ed è forse qui il nodo. Niente spese folli, mantenimento con i denti di quello che si ha, ottimizzazione dei costi dove non ci sono investitori che devono far circolare denaro che poi rientra in altre forme. Ma è un discorso lungo e non fattibile su un forum.
Nè si può pensare alla montagna come luogo dove fare solo escursioni, passeggiate, sci di fondo e tutta una serie di attività, queste sì per pochissimi (perchè devi accattarti la fatica, come si dice, per farle e a pochi va) perchè significherà avere costi proibitivi che permetteranno l'accesso a pochissimi (come lo sci negli anni 30, quando in vetta si andava trainati da slitte, visto che non c'erano gli impianti).
 
Scusa ma hai frainteso, io la penso in quasi tutto come te.

Adoro l'Abruzzo ed il reatino (ho conosciuto lo sci alla Maiella; sono andato la prima volta a sciare sulle Alpi col liceo, sto pensando di prendermi casa al Terminillo... ovviamente non per sciare).
Non gradisco che mi vengano attribuiti pensieri che non ho mai espresso, e che non so bene come siano stati ispirati.

Ho solo scritto che QUI nel forum si leggono (rim-)pianti continui (e quasi sempre accorati e giustificati) relativamente alle stazioni appenniniche dove - a parte forse qualche eccezione encomiabile - non è che l'umore sia al massimo eh. Né vedo come potrebbe esserlo.
Sono assolutamente d'accordo con la funzione sociale culturale ed economica della montagna in tutte le stagioni (e dello sport, o comunque delle attività outdoor di cui oggi c'è tanta carenza) come sono ben consapevole delle trasformazioni sociali che da tempo stanno arrivando anche sulle Alpi, dunque compromettendo un patrimonio anche identitario (io conosco specificamente l'enclave di Courmayeur con le sue tradizioni culturali ed i personaggi e le popolazioni che hanno iniziato la storia delle esplorazioni in montagna; ma poi leggo che ad Est la percezione purtroppo è la stessa).

Sarei infatti favorevole ad un intervento pubblico in funzione di promozione culturale e sociale, anche tornando ai torpedoni per portare gli studenti dalla città. Ma semplicemente non si può fare, non ci sono risorse.
E nessuno ci metterà la faccia.
Ci scontriamo - purtroppo - con limiti oggettivi che non sono congiunturali ma probabilmente permanenti, relativi alla natura, alla crisi occidentale ed al fatto che la gente esce solo per farsi vedere ma non per vivere luoghi storie ed esperienze (ovviamente sto esorbitando dal tema "futuro dello sci").

Io non sono affatto contento, ma temo che - diciamo la stessa cosa - finirà praticamente così, e non so quanto sarà sostenibile:

Poi mi dirai chi ti ha messo in testa certe idee, se io qui sto sempre a decantare (e piangere!) le doti di Passo Lanciano e Terminillo. Mi avrai confuso con qualcuno altro, spero.
 
non so quanto sarà sostenibile
Il nodo è tutto qui: il capitale straniero (per generalizzare) con potere di acquisto ben più alto del nostro, durerà per sempre? Il mio paesone ha scoperto il turismo, ne sono contento, ma ho iniziato a depennare posti dove entrare a consumare qualcosa (anche un semplice caffè). Non ce l’ho con le attività né tantomeno col “sistema”, ma qualche domanda me la faccio… e lo sci già negli anni 90 quando ho iniziato non era sicuramente una attività economica (attrezzatura, spostamenti…), ora è evidentemente “lussuosa”: per ora ai miei occhi qui al centrosud non vedo tutta questa rinuncia, scegliendo di “far debito”, ma così non è qualcosa che può andare avanti per sempre.

In continuerò a sciare, magari non sempre su impianti, però mi riservo uno spazietto come questo forum per lamentarmi. 😂
 
Il tema è se e quanto può reggere il meccanismo (si esaurisce prima la ruota oppure il criceto?), almeno limitandosi allo scenario italiano e con i consumatori italiani.
Beh non ci vuole chissaché a rispondere: fino a quando ci saranno le temperature per farlo… e con la tecnologia in evoluzione e l’inesorabile riscaldamento del pianeta, direi comunque almeno una 30ina d’anni, forse anche di piú per alcune stazioni…
 
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