I rancorosi e i rosiconi

Non so dalle vostre parti, per quanto riguarda l'AA c'è questo attrito tra

- la schiera di quelli che guadagnano con la montagna e che ritengono ogni ammodernamento e ampliamento necessario,

- la schiera di quelli che hanno altra attività e che quindi sono contrari a ulteriori allargamenti, ammodernamenti e cementificazioni.

- c'è anche la via di mezzo di quelli che lavorano con la montagna ma restano più umili, ad es. Albergo in montagna ma rigorosamente senza Spa etc.

Ora : non è che la schiera di quelli che non vogliono i nuovi impianti sono necessariamente quelli che odiano lo sci, non vanno mai a sciare o non prendono impianti. Anzi molte "associazioni per la difesa della natura" sono fatte di persone che vivono lì da generazioni e che vorrebbero cambiare qualcosa proprio perché vivono in mezzo all'industrializzazione continua della montagna.

L'astio, almeno per come lo leggo io, non è contro lo sciatore. Ma contro le grandi aziende e "imperi" politico-industriali, che prendono le decisioni senza considerare il bene pubblico o l'opinione di chi quel bene lo vorrebbe proteggere.
 
In realtà c'è una corrente filosofica-intellettual-ambientalista che è convinta che per fermare il cambiamento climatico occorre fermare la crescita economica. Quindi non allargare le superfici industrializzate ma contenerle o tutt'al più ridurle. Ad esempio un impianto è vecchio? Anziché sostituirlo con uno più performante aggiungendo piste e allungandone il tracciato, smantellarlo, se non è più possibile manutenzionarlo.

Cioè ripensare tutto il sistema economico e sociale e la ridistribuzione delle richezze. Cosa, temo, un poco utopistica, almeno nel breve-medio termine.
possibilmente fermare la crescita economica degli altri e ingrossare il loro portafogli
 
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Non so dalle vostre parti, per quanto riguarda l'AA c'è questo attrito tra

- la schiera di quelli che guadagnano con la montagna e che ritengono ogni ammodernamento e ampliamento necessario,

- la schiera di quelli che hanno altra attività e che quindi sono contrari a ulteriori allargamenti, ammodernamenti e cementificazioni.

- c'è anche la via di mezzo di quelli che lavorano con la montagna ma restano più umili, ad es. Albergo in montagna ma rigorosamente senza Spa etc.

Ora : non è che la schiera di quelli che non vogliono i nuovi impianti sono necessariamente quelli che odiano lo sci, non vanno mai a sciare o non prendono impianti. Anzi molte "associazioni per la difesa della natura" sono fatte di persone che vivono lì da generazioni e che vorrebbero cambiare qualcosa proprio perché vivono in mezzo all'industrializzazione continua della montagna.

L'astio, almeno per come lo leggo io, non è contro lo sciatore. Ma contro le grandi aziende e "imperi" politico-industriali, che prendono le decisioni senza considerare il bene pubblico o l'opinione di chi quel bene lo vorrebbe proteggere.

Il vero problema è la presa di posizione ideologica estremista.

Qui da me, nel profondo riscaldato Appennino Settentrionale, ci sono 2 gruppi.

Quello che in Appennino ci vive. Ci abita e ci prova a lavorare.
Sono sempre meno, nonostante politiche regionali provino a tenere lì i giovani e sviluppare attività in zona, la gente se ne va, perché c'è solo della gran rana.
Legati agli impianti sciistici (di proprietà pubblica quasi sempre) c'è una piccola economia che non si può ignorare, che dà da mangiare per svariati mesi all'anno a gente che altrimenti cosa farebbe?

Poi c'è chi in Appennino ci mette il naso qualche ora/giorno all'anno.
Secondo loro il modello da seguire è quello senza impianti e, letteralmente, è andata a dire alla gente che lavora nel piccolo mondo sciistico dell'Appennino: il vostro futuro è la pastorizia e l'agricoltura.
Giuro crepassi qui.

E qui in mezzo ci metto anche una nota associazione alpinistica nazionale, sezione Bolognese, la quale organizza continuamente gite in Appennino per far vivere il territorio, senza nemmeno far fermare i partecipanti al proprio rifugio di proprietà, per far consumare un pasto.


A me cascano le braccia.
Le ideologie non portano da nessuna parte, se non a creare disparità, esattamente come investimenti ciechi e a senso unico.

La montagna ovunque è un territorio fragile, non può sopportare masse, ma non può nemmeno svuotarsi.
 
Secondo loro il modello da seguire è quello senza impianti e, letteralmente, è andata a dire alla gente che lavora nel piccolo mondo sciistico dell'Appennino: il vostro futuro è la pastorizia e l'agricoltura.
Indovina un po' in AA quale è il settore dell'economia più inquinante di tutti?
Il turismo forse?
No.
L'agricoltura.
 
Se io entro ad analizzare l'Emilia Romagna, l'agricoltura in Appennino è in gran parte quella più virtuosa in termini di impatto ambientale.
Le produzioni biologiche e poco intensive, sono proprio concentrate in questo territorio difficile, che tra l'altro ancora ha grandi estese di boschi e zone incolte.
Con un territorio largamente pianeggiante, è inevitabile che l'agricoltura intensiva e impattante sia concentrato là.

Senza considerare che in Alto Appennino (>1000m) i pascoli sono pressoché inesistenti, se non ogni tanto qualche pecora...

Per dirti: le 120 pecore che pascolano sui baggioleti del Corno alle Scale in estate, facendo fare sold-out dei formaggi e ricotte che produce il malgaro, settimana dopo settimana, da settembre a maggio svernano ad Argenta (FE).

Da noi il problema è proprio ideologico: una lotta contro i mulini a vento, come se il problema della montagna in Appennino settentrionale, siano i 60 impianti (numero a caso ma non sarò lontano) sparsi da Campigna a Prato Spilla.


Al Corno alle Scale si fa una lotta ideologica Impianti vs. Parco, come se il territorio del Parco sia un sancta sanctorum e al di fuori di esso non ci sia uno spillo di verde.
Esci dal confine del Parco in versante est (da sotto la parete alla valle del Reno per intenderci), ci sono distese di foreste largamente incontaminate, con 3 sentieri in croce dove incontri più lupi che persone*, senza una casa per km e km.

Quando hanno dismesso i vecchi impianti nei boschi, su richiesta di varie assocazioni e come è giusto che si faccia, il ferro vecchio va tolto e buttato, non si è proceduto nemmeno al rimboschimento artificiale...


*curiosità: io l'unico lupo incontrato nel bosco, era il 17 di agosto a 100m da una pista, metà pomeriggio :ROFLMAO:
 

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....la "decrescita felice".

Comunque Cognetti scrive come se venissero piallate le 3 Cime o il Bianco....dove si scia di solito ? Su panettoni...p.es. il Plan senza piste cosa sarebbe ? Un collinone boscoso, che metterebbe pure tristezza a vedersi probabilmente. Dove invece si va a impattare fortemente un ambiente "selvaggio" (p.es. collegamento 3cime-Padola)....ecco, parliamone.
Tutti i guadagni derivanti dal libro li terrà o li devolverà al WWF?
 
Parliamo di questa, piccola stalla, semplicemente appoggiata al terreno senza acqua corrente?
Ma ci faccia il piacere..........🤡

Con i suoi dodici letti e altrettante postazioni-studio ricavate in corrispondenza delle finestre, il rifugio prende il posto di un’ex stalla. «Abbiamo smontato la vecchia costruzione di pietra, creato un nuovo volume di legno di larice su fondamenta di cemento, e poi ricostruito la ‘pelle’ di pietra», racconta l’architetto Andrea Di Franco, che firma la ristrutturazione con Gianfranco Orsenigo e Claude Léveque.
Si deve invece all’ingegner Andrea Mantovani il progetto super-sostenibile degli impianti, con pannelli fotovoltaici e geotermico che alimenta le serpentine a pavimento. Negli interni l’atmosfera è monastica. Gli arredi sono stati concepiti dallo stesso Cognetti riutilizzando solai, mangiatoie e porte di legno della vecchia stalla.
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A posto.
Il concetto è: invece che spendere 1800€ a settimana in 3, distribuendoli in maniera certamente diversa, fra struttura che vi ospita, impiantisti, malga/rifugio, pizzeria, negozietto, datene 2000 a me.
 
Le produzioni biologiche e poco intensive, sono proprio concentrate in questo territorio difficile, che tra l'altro ancora ha grandi estese di boschi e zone incolte.
Con un territorio largamente pianeggiante, è inevitabile che l'agricoltura intensiva e impattante sia concentrato là.
Sì ma non è che la natura ha bisogno di essere difesa solo in montagna.
Bisognerebbe cercare di limitare l'impatto ecologico ovunque. Soprattutto in pianura. Evitare l'allargamento delle strade e la velocizzazione del traffico. Obbligare il traffico merci a passare su rotaia. Etc 😁
 
In realtà c'è una corrente filosofica-intellettual-ambientalista che è convinta che per fermare il cambiamento climatico occorre fermare la crescita economica. Quindi non allargare le superfici industrializzate ma contenerle o tutt'al più ridurle. Ad esempio un impianto è vecchio? Anziché sostituirlo con uno più performante aggiungendo piste e allungandone il tracciato, smantellarlo, se non è più possibile manutenzionarlo.

Cioè ripensare tutto il sistema economico e sociale e la ridistribuzione delle richezze. Cosa, temo, un poco utopistica, almeno nel breve-medio termine.
Per molti e’ l’ ennesimo tentativo di imporre un modello di sviluppo politico ed economico che, in realta’, ha fallito ovunque e’ stato adottato.
Il famoso aforisma di Andreotti fotografa, in modo impietoso, questa realta’ : gli ambientalisti sono come i cocomeri, verdi fuori, rossi dentro…..
 
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Sì ma non è che la natura ha bisogno di essere difesa solo in montagna.
Bisognerebbe cercare di limitare l'impatto ecologico ovunque. Soprattutto in pianura. Evitare l'allargamento delle strade e la velocizzazione del traffico. Obbligare il traffico merci a passare su rotaia. Etc 😁

E' quello che si dovrebbe trarre dal mio discorso... ma vallo spiegare a chi.......
 
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