La mia famiglia è originaria del basso Trentino, quella di mia moglie poco più a nord: un secolo fa i nostri avi erano sudditi dell'impero austro-ungarico, e due di loro vennero arruolati sotto le insegne dell'aquila imperiale.
Uno, pastore di mestiere, fu spedito in Galizia, testimone dell'orrenda carneficina e tuttavia tornato vivo, anche se non intero.
L'altro, un contadino, rimase sul Monte Piano in un giorno di agosto del 1915, all'età di 19 anni.
Il primo era mio nonno, l'altro un familiare di chi riuscì ad avere una discendenza. Non lui.
La scorsa settimana abbiamo deciso di andare a vederlo, questo Monte Piano/Piana, così curiosamente simile ad un altro teatro della Grande Guerra in montagna: il Pasubio.
Qui come là due piane di pressoché uguale altezza (ma pochi metri di differenza fecero migliaia di vittime) si fronteggiano divise da un avvallamento, entrambe munite di formidabili fortificazioni e trincee nelle quali si dissanguarono schiere di giovani italiani ed austro-ungarici, 14.000 solo sul monte.
Abbiamo deciso di salire per il sentiero dei Pionieri, che con una sessantina di tornanti rimonta il fianco nord-ovest della montagna con tracciato protetto dal tiro delle artiglierie, in una sorta di piccolo pellegrinaggio alla memoria di questo sconosciuto ragazzo del 1896.
Si parte dal lago di Landro, il Cristallo dà il meglio di sè.
A due terzi abbondanti della salita si arriva alla The Haus, una cengia riparata dove - nei pressi di un piccolo cimitero - uomini e bestie tiravano il fiato prima di ripartire per la prima linea.
Il sentiero punta il cengione che fascia le rocce sommitali del Piano, con bella traversata, mai troppo rischiosa, e panorami eccezionali.
Proprio sotto la cima si trovano i resti del baraccamento del Comando dell'ala destra austro-ungarica, oggi qualche rovina e poche travi consunte, allora c'erano una centrale elettrica in caverna e una teleferica che in 12 minuti faceva salire da Landro 40 tonnellate di materiale. Una bella foto d'epoca, tratta dal sito FronteDolomitico.it, restituisce la memoria del posto.
Oggi:
Cento anni fa:
Dalla croce di Dobbiaco la vertigine sul lago è notevole, ci concediamo un selfie da coraggiosi (meno di quanto non sembri dalla foto, eh ...).
La sommità del monte è solcata da un reticolo fittissimo di trincee, molte delle quali visitabili ancora oggi. Il monte è posto al centro di una corona di formidabili gruppi dolomitici: Baranci, Scarperi, Lavaredo, Cadini, Marmarole, Sorapiss, Antelao, Cristallo, Fanes, Croda Rossa e via discorrendo.
Una breve digressione sulla cima del Piana, caposaldo italiano (il monte ha due sommità: Piano quella austrica, Piana quella italiana), e poi rientro per il sentiero dei turisti, che tanto da turisti non è, almeno nella parte alta.
In complesso una bella gita di circa un migliaio di metri di dislivello e poco meno di sei ore di cammino. Il luogo vale la visita anche solo dalla carrozzabile che sale dal lato "italiano", percorribile anche con i bus navetta.
Noi siamo scesi frastornati, il giusto impressionati e con un sentimento di pietà per quei poveri ragazzi e uomini che da qui non sono mai ridiscesi. Ma siamo stati felici di essere andati a vedere. Felice era anche il nome di colui i cui passi abbiamo ripercorso, morto al Monte Piano il 3 agosto 1915.
Uno, pastore di mestiere, fu spedito in Galizia, testimone dell'orrenda carneficina e tuttavia tornato vivo, anche se non intero.
L'altro, un contadino, rimase sul Monte Piano in un giorno di agosto del 1915, all'età di 19 anni.
Il primo era mio nonno, l'altro un familiare di chi riuscì ad avere una discendenza. Non lui.
La scorsa settimana abbiamo deciso di andare a vederlo, questo Monte Piano/Piana, così curiosamente simile ad un altro teatro della Grande Guerra in montagna: il Pasubio.
Qui come là due piane di pressoché uguale altezza (ma pochi metri di differenza fecero migliaia di vittime) si fronteggiano divise da un avvallamento, entrambe munite di formidabili fortificazioni e trincee nelle quali si dissanguarono schiere di giovani italiani ed austro-ungarici, 14.000 solo sul monte.
Abbiamo deciso di salire per il sentiero dei Pionieri, che con una sessantina di tornanti rimonta il fianco nord-ovest della montagna con tracciato protetto dal tiro delle artiglierie, in una sorta di piccolo pellegrinaggio alla memoria di questo sconosciuto ragazzo del 1896.
Si parte dal lago di Landro, il Cristallo dà il meglio di sè.
A due terzi abbondanti della salita si arriva alla The Haus, una cengia riparata dove - nei pressi di un piccolo cimitero - uomini e bestie tiravano il fiato prima di ripartire per la prima linea.
Il sentiero punta il cengione che fascia le rocce sommitali del Piano, con bella traversata, mai troppo rischiosa, e panorami eccezionali.
Proprio sotto la cima si trovano i resti del baraccamento del Comando dell'ala destra austro-ungarica, oggi qualche rovina e poche travi consunte, allora c'erano una centrale elettrica in caverna e una teleferica che in 12 minuti faceva salire da Landro 40 tonnellate di materiale. Una bella foto d'epoca, tratta dal sito FronteDolomitico.it, restituisce la memoria del posto.
Oggi:
Cento anni fa:
Dalla croce di Dobbiaco la vertigine sul lago è notevole, ci concediamo un selfie da coraggiosi (meno di quanto non sembri dalla foto, eh ...).
La sommità del monte è solcata da un reticolo fittissimo di trincee, molte delle quali visitabili ancora oggi. Il monte è posto al centro di una corona di formidabili gruppi dolomitici: Baranci, Scarperi, Lavaredo, Cadini, Marmarole, Sorapiss, Antelao, Cristallo, Fanes, Croda Rossa e via discorrendo.
Una breve digressione sulla cima del Piana, caposaldo italiano (il monte ha due sommità: Piano quella austrica, Piana quella italiana), e poi rientro per il sentiero dei turisti, che tanto da turisti non è, almeno nella parte alta.
In complesso una bella gita di circa un migliaio di metri di dislivello e poco meno di sei ore di cammino. Il luogo vale la visita anche solo dalla carrozzabile che sale dal lato "italiano", percorribile anche con i bus navetta.
Noi siamo scesi frastornati, il giusto impressionati e con un sentimento di pietà per quei poveri ragazzi e uomini che da qui non sono mai ridiscesi. Ma siamo stati felici di essere andati a vedere. Felice era anche il nome di colui i cui passi abbiamo ripercorso, morto al Monte Piano il 3 agosto 1915.