Che poi quelli che la neve la amano, li vedi subito. Quelli che la aspettano, come i bambini attendono Santa Lucia, come si aspetta l’innamorato/a dopo lunghi giorni di lontananza.
Li vedi lontano miglia. Sorridono. Mentre le persone “normali” si guardano le scarpe infangate, si lamentano dei ritardi, pensano ai cerchioni dell’auto sporchi, loro sorridono. Camminano sui marciapiedi dove ancora nessuno è passato e sorridono. Chissà cosa hanno nel cervello, loro sorridono, beati. Non hanno più cinque anni, ma ogni volta che vedono un fiocco la felicità gli illumina il volto. Se possono fare una palla di neve, o un micropupazzo sono felici e non gli importa nulla del resto. Passano mesi in attesa, scrutano il cielo, annusano l’aria (perché sì, quando nevica l’aria profuma in modo diverso) e si appostano alla finestra. E appena vedono un fiocco, perdono il sonno, la ragione e sono felici.
Ecco, io sono una di quelli che le gente normale non capisce. E queste foto sono il “report” della mia pausa pranzo di oggi.
Mollo il noiosissimo lavoro di questi giorni e scappo sul colle proprio dietro l’ufficio. 40’ di pace, silenzio, sorriso ebete e felicità.
A passo svelto mi lascio alle spalle i marciapiedi e le strade e arrivo alla strada nel bosco, che costeggia un vigneto nuovo.
Salgo i gradini che mi portano verso la cima del colle, passo le panchine che nemmeno d’estate sono frequentate, figuriamoci con “questo tempo”.
Salgo altre scale e arrivo alla mia panchina preferita, quella più alta e solitaria.
Mi guardo attorno, cerco l’albero che qualche estate fa faceva spesso ombra ai miei pensieri e lo trovo ancora più bello nella sua livrea invernale.
E’ ora di rientrare, e tagliando per un vigneto incontro due ragazzi che, fuggiti anche loro dal lavoro, stanno costruendo un pupazzo di neve. Chissà se lo hanno finito e se lo hanno lasciato di guardia alle vigne. Sarebbe bello, potrebbe fare quattro chiacchiere con i merli e gli scoiattoli.
Torno sui miei passi, rallentando il più possibile, ascoltando il silenzio, e mi lascio cadere in testa la neve che un ramo troppo stanco si scrolla di dosso.
Sorrido. Di un sorriso che molti di quelli che conosco non capiscono. Ma quando incrocio altre persone con quella luce negli occhi e quel sorriso sul volto, mi rincuoro. Fino a che qualcuno si stupirà ancora della neve, correrà fuori a calpestarla, ad ascoltarne il rumore, ad annusarla, allora...beh, allora saprò che non siamo persi del tutto.
Li vedi lontano miglia. Sorridono. Mentre le persone “normali” si guardano le scarpe infangate, si lamentano dei ritardi, pensano ai cerchioni dell’auto sporchi, loro sorridono. Camminano sui marciapiedi dove ancora nessuno è passato e sorridono. Chissà cosa hanno nel cervello, loro sorridono, beati. Non hanno più cinque anni, ma ogni volta che vedono un fiocco la felicità gli illumina il volto. Se possono fare una palla di neve, o un micropupazzo sono felici e non gli importa nulla del resto. Passano mesi in attesa, scrutano il cielo, annusano l’aria (perché sì, quando nevica l’aria profuma in modo diverso) e si appostano alla finestra. E appena vedono un fiocco, perdono il sonno, la ragione e sono felici.
Ecco, io sono una di quelli che le gente normale non capisce. E queste foto sono il “report” della mia pausa pranzo di oggi.
Mollo il noiosissimo lavoro di questi giorni e scappo sul colle proprio dietro l’ufficio. 40’ di pace, silenzio, sorriso ebete e felicità.
A passo svelto mi lascio alle spalle i marciapiedi e le strade e arrivo alla strada nel bosco, che costeggia un vigneto nuovo.
Salgo i gradini che mi portano verso la cima del colle, passo le panchine che nemmeno d’estate sono frequentate, figuriamoci con “questo tempo”.
Salgo altre scale e arrivo alla mia panchina preferita, quella più alta e solitaria.
Mi guardo attorno, cerco l’albero che qualche estate fa faceva spesso ombra ai miei pensieri e lo trovo ancora più bello nella sua livrea invernale.
E’ ora di rientrare, e tagliando per un vigneto incontro due ragazzi che, fuggiti anche loro dal lavoro, stanno costruendo un pupazzo di neve. Chissà se lo hanno finito e se lo hanno lasciato di guardia alle vigne. Sarebbe bello, potrebbe fare quattro chiacchiere con i merli e gli scoiattoli.
Torno sui miei passi, rallentando il più possibile, ascoltando il silenzio, e mi lascio cadere in testa la neve che un ramo troppo stanco si scrolla di dosso.
Sorrido. Di un sorriso che molti di quelli che conosco non capiscono. Ma quando incrocio altre persone con quella luce negli occhi e quel sorriso sul volto, mi rincuoro. Fino a che qualcuno si stupirà ancora della neve, correrà fuori a calpestarla, ad ascoltarne il rumore, ad annusarla, allora...beh, allora saprò che non siamo persi del tutto.
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