Giovedì scorso avevo in mente di prendere il piccolo e portarlo per monti a fare un giretto e una mangiata a qualche rifugio, visto che lo gratifica parecchio (e io non mi tiro indietro) gustarsi una salsiccia e polenta quando si è in montagna.
Il giorno prima però, del tutto inaspettata, mi arriva mentre sono da un cliente la chiamata "alert" del saggio Fabrizio. Lo richiamo non appena possibile e guarda caso anche lui pensava a un Giovedì per monti, avendo in mente un anellino nè corto nè lungo. Ragiono durante il pranzo e decido di approfittare dell'invito perché sarebbe la gita ideale per testare il mio ginocchio ultimamente "ballerino", e lui il socio giusto perché ne conosco la calma e la regolarità del passo che potranno aiutarmi ad evitare di sollecitare troppo.
Si parte di buon mattino alla volta della minuscola Val Alba, ben nota agli appassionati friulani perché intima nonostante sia piuttosto vicina al mondo antropizzato di fondovalle. La sosta a Carnia per preparare un panino e bere un caffé è surreale, la barista è ancora "allegra" dalla notte precedente e a stento ci consente di partire per le nostre mete.
Arrivati nell'ombra della Val Alba, al solito minuscolo parcheggio ci si prepara e si imbocca il 428a in lieve discesa, che costeggia alcune vie di arrampicata non troppo pubblicizzate mentre si cala lieve verso il greto del Rio Alba. Il sentiero risale sulla sponda apposta inizialmente a strappi, diventando più faticoso solamente dopo il raccordo con il più grande segnavia 428 in arrivo dal Rif. Vualt.
Si sale con fatica nel bosco finché non ci si trova proprio sotto le pareti su cui poggia il Bivacco Bianchi e il suo ameno ripiano erboso. Ora con più visibilità e lo sguardo aperto sulla vicina Creta Grauzaria i tornanti aumentano e il percorso si addolcisce puntando alla cengia scavata che caratterizza la salita al bivacco.
Ormai sono diverse le volte che ho percorso questa via, ma una volta sulla cengia è sempre emozionante perché non te la aspetti. Qualche foto con il sempre più saggio Fabrizio che, nonostante abbia un curriculum di salite friulane di un certo peso ormai arrivato ai sessanta, è la prima volta che sale quassù e quindi si prodiga in molti scatti.
Il Rio Alba dal 428a
Giunti sotto le pareti dove poggia il Bivacco Bianchi
Fabrizio verso la cengia
Una Madonnina in ricordo
Il M. Vualt, dietro la Creta Grauzaria
Si riparte sulla splendida cengetta
Pure io sulla cengetta
Ora lo scenografico e ben tenuto sentiero si apre su alcuni ampi tornanti in un comodo canalone pensile, raggiunge la fonte d'acqua ad uso del bivacco e in poco spunta sui ripiani di quota 1700, folti di vegetazione come mai li avevo visti. La visita al manufatto è d'obbligo, si viene quasi attratti dal rosso aragosta del Fondazione Berti e soprattutto dalle panche poste al suo esterno. Dentro il bivacco non è alla stessa altezza, ma svolge il suo compito in caso di bisogno.
Il sentiero in uscita dalla cengia
Poco sopra di noi compare il bivacco Bianchi
I ripiani di quota 1700m, davanti a noi a sinistra la Forcella Chiavals
Me al bivacco Bianchi
Strane forme sotto di noi
Forcella Fonderis e il suo caratteristico zig-zag
Dopo una breve pausa ristoratrice ripartiamo verso la cima del M. Chiavals. Il puntino rosso - o arancione - sotto di noi si allontana sempre più, ma fotograficamente mi attrae da qualunque distanza e angolazione lo guardi. Dopo poco però bando alle ciance, e anche alle molte foto, perché la salita si fa dura sempre più sia per le pendenze dell'erto canalino sia per le esposizioni meridionali di questo tratto costellato anche di pietre e mughi.
Sembra lungo ma questo tratto non lo è più di tanto, semplicemente è duro. 15-20 minuti belli tosti, e solo giunti finalmente su un costone, anch'esso peraltro decisamente ripido, la situazione migliora perché distratti dalle nuove visuali.
Ci si allontana dal bivacco
Indicazioni by CAI Moggio. Noi non andremo nè da una parte nè dall'altra, bensì SU.
Sempre più lontano
Fabri prima del canalino
Canalino malefico
Nuove visuali dalle pendici del M. Cjavals. Lo Zuc dal Bor, dove si insinua l'Alta Via CAI Moggio (impegnativa).
L'ultima costola introduce faticosamente alla cresta finale, sempre piuttosto agevole. Solo un paio di brevissimi passaggi richiedono un minimo di sicurezza nel passo e giustificano la puntinatura sulla carta. La cima, con qualche ramo secco sgangherato a far compagnia al libro di vetta, offre delle visuali di soddisfazione un pelo limitate oggi da qualche nuvola ma soprattutto da un po' di umidità che regna nella pianura e nelle prealpi non lontane.
Fabrizio sull'ultima costola in salita
Da una forcellina visuale sulla Val Dogna e sullo Jof di Montasio
Laggiù le Giulie: si scorgono Montasio, Cimone, gruppo del Canin
Jof di Montasio, versante di Dogna
Stella stellina
Cresta finale e Zuc dal Bor
Specchio riflesso
Un passaggino un pelo più delicato
Ultima piccola rampa sotto la cima
In uscita dalla rampa
Autoscatto di vetta
In cima, quando è quasi ora di muoversi per scendere, scopro che il mio socio non aveva pensato ad un anello più largo (che invece intendevo io) bensì ad uno più corto che contempla il rientro sempre dal bivacco Bianchi e dal sentiero di salita. Dopo qualche leggera titubanza in merito, perché mi mancava proprio di fare l'anello più ampio e scenograficamente pare veramente spettacolare, quieto i miei spiriti e mi ricordo del ginocchio a rischio. Accetto così di buon grado il percorso più corto.
La discesa della cima, per raggiungere il comodo e ampio sentiero che corre poco sotto in mezza costa, è forse il tratto su cui fare maggiore attenzione. Ripida il giusto, è caratterizzata da zolle e pietre più solide nella parte alta, mentre il terreno si fa via via più infido e ghiaioso man mano che la forcelletta presso la quale finisce si avvicina.
Giunti alla forcellina le visuali sono comunque molto intense e selvagge, e raccontano di guerra. Qui intorno sono difatti molti i resti di casermoni, ospedali, ricoveri della prima Guerra Mondiale da poter visitare.
Dalla cima sguardo verso Nord e le Sette Picche di Gleris
In discesa verso il 425
Sempre più vicini alla forcellina d'uscita
In discesa dal M. Chiavals
Sguardo verso Forcella Pecora e il segnavia 425 verso la Creta dai Rusei
Ultimo tratto lievemente infido
Fabri e il M. Chiavals
Arrivati sul 425 questo si rivela splendido nel suo puntare in lieve discesa nuovamente verso il bivacco Bianchi. Una scelta decisamente azzeccata, e per ora anche il ginocchio non dà segni di cedimento.
Il 425 in direzione Sud
Puntando verso il ripiano di Carnia e Amaro, laggiù in fondo
Di nuovo in vista del bivacco
Altra visuale del puntino rosso
Altra pausetta al bivacco, è il caso ora di scendere con calma verso la macchina. In basso opteremo per fare il giro più lungo passando nei pressi del Rif. Vualt (normalmente chiuso) e sulla carrozzabile di rientro al parcheggio.
Belle visuali sul sentiero da percorrere, poco prima della cengia
I tornanti del segnavia visti dalla cengia
Il Rif. Vualt
Circa 1150m dsl, percorso per escursionisti (EE la variante salita e discesa della cima)
Il giorno prima però, del tutto inaspettata, mi arriva mentre sono da un cliente la chiamata "alert" del saggio Fabrizio. Lo richiamo non appena possibile e guarda caso anche lui pensava a un Giovedì per monti, avendo in mente un anellino nè corto nè lungo. Ragiono durante il pranzo e decido di approfittare dell'invito perché sarebbe la gita ideale per testare il mio ginocchio ultimamente "ballerino", e lui il socio giusto perché ne conosco la calma e la regolarità del passo che potranno aiutarmi ad evitare di sollecitare troppo.
Si parte di buon mattino alla volta della minuscola Val Alba, ben nota agli appassionati friulani perché intima nonostante sia piuttosto vicina al mondo antropizzato di fondovalle. La sosta a Carnia per preparare un panino e bere un caffé è surreale, la barista è ancora "allegra" dalla notte precedente e a stento ci consente di partire per le nostre mete.
Arrivati nell'ombra della Val Alba, al solito minuscolo parcheggio ci si prepara e si imbocca il 428a in lieve discesa, che costeggia alcune vie di arrampicata non troppo pubblicizzate mentre si cala lieve verso il greto del Rio Alba. Il sentiero risale sulla sponda apposta inizialmente a strappi, diventando più faticoso solamente dopo il raccordo con il più grande segnavia 428 in arrivo dal Rif. Vualt.
Si sale con fatica nel bosco finché non ci si trova proprio sotto le pareti su cui poggia il Bivacco Bianchi e il suo ameno ripiano erboso. Ora con più visibilità e lo sguardo aperto sulla vicina Creta Grauzaria i tornanti aumentano e il percorso si addolcisce puntando alla cengia scavata che caratterizza la salita al bivacco.
Ormai sono diverse le volte che ho percorso questa via, ma una volta sulla cengia è sempre emozionante perché non te la aspetti. Qualche foto con il sempre più saggio Fabrizio che, nonostante abbia un curriculum di salite friulane di un certo peso ormai arrivato ai sessanta, è la prima volta che sale quassù e quindi si prodiga in molti scatti.
Il Rio Alba dal 428a
Giunti sotto le pareti dove poggia il Bivacco Bianchi
Fabrizio verso la cengia
Una Madonnina in ricordo
Il M. Vualt, dietro la Creta Grauzaria
Si riparte sulla splendida cengetta
Pure io sulla cengetta
Ora lo scenografico e ben tenuto sentiero si apre su alcuni ampi tornanti in un comodo canalone pensile, raggiunge la fonte d'acqua ad uso del bivacco e in poco spunta sui ripiani di quota 1700, folti di vegetazione come mai li avevo visti. La visita al manufatto è d'obbligo, si viene quasi attratti dal rosso aragosta del Fondazione Berti e soprattutto dalle panche poste al suo esterno. Dentro il bivacco non è alla stessa altezza, ma svolge il suo compito in caso di bisogno.
Il sentiero in uscita dalla cengia
Poco sopra di noi compare il bivacco Bianchi
I ripiani di quota 1700m, davanti a noi a sinistra la Forcella Chiavals
Me al bivacco Bianchi
Strane forme sotto di noi
Forcella Fonderis e il suo caratteristico zig-zag
Dopo una breve pausa ristoratrice ripartiamo verso la cima del M. Chiavals. Il puntino rosso - o arancione - sotto di noi si allontana sempre più, ma fotograficamente mi attrae da qualunque distanza e angolazione lo guardi. Dopo poco però bando alle ciance, e anche alle molte foto, perché la salita si fa dura sempre più sia per le pendenze dell'erto canalino sia per le esposizioni meridionali di questo tratto costellato anche di pietre e mughi.
Sembra lungo ma questo tratto non lo è più di tanto, semplicemente è duro. 15-20 minuti belli tosti, e solo giunti finalmente su un costone, anch'esso peraltro decisamente ripido, la situazione migliora perché distratti dalle nuove visuali.
Ci si allontana dal bivacco
Indicazioni by CAI Moggio. Noi non andremo nè da una parte nè dall'altra, bensì SU.
Sempre più lontano
Fabri prima del canalino
Canalino malefico
Nuove visuali dalle pendici del M. Cjavals. Lo Zuc dal Bor, dove si insinua l'Alta Via CAI Moggio (impegnativa).
L'ultima costola introduce faticosamente alla cresta finale, sempre piuttosto agevole. Solo un paio di brevissimi passaggi richiedono un minimo di sicurezza nel passo e giustificano la puntinatura sulla carta. La cima, con qualche ramo secco sgangherato a far compagnia al libro di vetta, offre delle visuali di soddisfazione un pelo limitate oggi da qualche nuvola ma soprattutto da un po' di umidità che regna nella pianura e nelle prealpi non lontane.
Fabrizio sull'ultima costola in salita
Da una forcellina visuale sulla Val Dogna e sullo Jof di Montasio
Laggiù le Giulie: si scorgono Montasio, Cimone, gruppo del Canin
Jof di Montasio, versante di Dogna
Stella stellina
Cresta finale e Zuc dal Bor
Specchio riflesso
Un passaggino un pelo più delicato
Ultima piccola rampa sotto la cima
In uscita dalla rampa
Autoscatto di vetta
In cima, quando è quasi ora di muoversi per scendere, scopro che il mio socio non aveva pensato ad un anello più largo (che invece intendevo io) bensì ad uno più corto che contempla il rientro sempre dal bivacco Bianchi e dal sentiero di salita. Dopo qualche leggera titubanza in merito, perché mi mancava proprio di fare l'anello più ampio e scenograficamente pare veramente spettacolare, quieto i miei spiriti e mi ricordo del ginocchio a rischio. Accetto così di buon grado il percorso più corto.
La discesa della cima, per raggiungere il comodo e ampio sentiero che corre poco sotto in mezza costa, è forse il tratto su cui fare maggiore attenzione. Ripida il giusto, è caratterizzata da zolle e pietre più solide nella parte alta, mentre il terreno si fa via via più infido e ghiaioso man mano che la forcelletta presso la quale finisce si avvicina.
Giunti alla forcellina le visuali sono comunque molto intense e selvagge, e raccontano di guerra. Qui intorno sono difatti molti i resti di casermoni, ospedali, ricoveri della prima Guerra Mondiale da poter visitare.
Dalla cima sguardo verso Nord e le Sette Picche di Gleris
In discesa verso il 425
Sempre più vicini alla forcellina d'uscita
In discesa dal M. Chiavals
Sguardo verso Forcella Pecora e il segnavia 425 verso la Creta dai Rusei
Ultimo tratto lievemente infido
Fabri e il M. Chiavals
Arrivati sul 425 questo si rivela splendido nel suo puntare in lieve discesa nuovamente verso il bivacco Bianchi. Una scelta decisamente azzeccata, e per ora anche il ginocchio non dà segni di cedimento.
Il 425 in direzione Sud
Puntando verso il ripiano di Carnia e Amaro, laggiù in fondo
Di nuovo in vista del bivacco
Altra visuale del puntino rosso
Altra pausetta al bivacco, è il caso ora di scendere con calma verso la macchina. In basso opteremo per fare il giro più lungo passando nei pressi del Rif. Vualt (normalmente chiuso) e sulla carrozzabile di rientro al parcheggio.
Belle visuali sul sentiero da percorrere, poco prima della cengia
I tornanti del segnavia visti dalla cengia
Il Rif. Vualt
Circa 1150m dsl, percorso per escursionisti (EE la variante salita e discesa della cima)
