Jagar
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...di voler raggiungere la vetta a tutti costi?
La vetta non è una qualsiasi, è il Piz Boé, che dall'alto dei suoi 3152 metri domina l'intero gruppo del Sella.
E sulla vetta del Piz Boé, come molti sapranno, c'è la Capanna Fassa, rifugio in cui ho prenotato due posti letto proprio per la sera del 13 agosto.
Da quelle parti ci sono già passato un paio di volte in passato, per cui conosco abbastanza bene la zona e so che i sentieri, per quanto lunghi, sono tranquillamente alla mia portata.
E allora qual è il problema? Il problema è il tempo, perché tra tutte le giornate che mi potevano toccare nel momento in cui - circa un mese prima - ho telefonato per prenotare, mi è capitato il giorno peggiore di tutta la vacanza.
Cielo coperto, con i primi rovesci previsti già in tarda mattinata e ulteriore peggioramento pomeridiano con vento forte e possibilità di temporali.
Insomma, salire con queste previsioni non è il massimo e la tentazione di chiamare per disdire è forte, ma prima vorrei valutare le alternative...
Ci sarebbe una scorciatoia: arrivare in auto al passo Pordoi, salire con la funivia fino ai 2950 metri del rifugio Maria, e da lì in poco meno di un'ora raggiungere la vetta, ma è una possibilità che non prendo neppure in considerazione, se si fa, si fa come si deve...
Dunque lasciamo la macchina ad Arabba e da lì iniziamo la salita lungo il sentiero 637: 1550 metri di dislivello con l'idea che in caso di peggioramento anticipato alziamo i tacchi e torniamo indietro.
La visibilità non è eccezionale, nuvoloni bassi carichi di umidità si alternano a repentine schiarite che ci consentono se non altro - per non più di 30/40 secondi alla volta - di constatare che il Sella è ancora sopra di noi e non è stato risucchiato dal nulla cosmico, ma tutto sommato non piove e siamo abbastanza riparati dal vento.
In poco meno di due ore arriviamo così al rifugio Kostner (2500 metri), dove ci fermiamo a bere qualcosa di caldo e a riflettere sul da farsi, nel frattempo iniziano a scendere le prime pesantissime gocce di pioggia.
Mia moglie - per natura più prudente di me - è molto titubante sul proseguire, io non vorrei forzare la mano ma la mia mente mi lancia segnali positivi: già 950 metri saliti, ne restano solo 600, ce la facciamo.
Tiriamo fuori l'artiglieria pesante: wind-stopper, poncho, telo coprizaino, guanti, e ci incamminiamo.
Proseguiamo sul sentiero 638, che aggira i bastioni del Vallon e ci porta in direzione sud-ovest, fino a ripiegare deciso verso nord all'ingresso del ripido canalino del Pigolerz, attrezzato con una fune e per buona parte innevato.
A livello psicologico stiamo affrontando la parte più impegnativa: la pioggia e il vento sono aumentati notevolmente e riusciamo a malapena a tenere alto lo sguardo; il sentiero - costituito in questa parte da detriti, sfasciumi e rocce molto scivolose - è insidioso e richiede la massima concentrazione.
Tutto sommato riesco a salire abbastanza agevolmente, mi volto ad aiutare mia moglie, più che altro a livello mentale. Alla fine ce la fa anche lei, mi fissa con uno sguardo a metà tra lo scoraggiato e l'interrogativo: si aspetta da me una rassicurazione o spera in un mio ripensamento?
E' il momento: all-in, le sorrido tranquillo e le dico "ormai ci siamo, il più è fatto". Sarà un bluff?
E in effetti da lì in poi il sentiero è come me lo ricordavo: facile, poco ripido e ben segnato. Ma siamo alti, quasi 3000 metri, e completamente esposti alla forza del vento - che arriva improvviso con raffiche che piegano le gambe e ci costringono a procedere bassi, quasi a quattro zampe - e all'intensità della pioggia, ormai diventata grandine, che ci mitraglia incessantemente, di lato e frontalmente; la temperatura... boh? Non credo sia troppo bassa, forse sui 5/6 gradi, ma con un wind chill piuttosto pungente.
La visibilità è scarsa, ma la presenza costante dei segni bianchi e rossi ci tranquillizza e, per quanto possibile, procediamo abbastanza spediti.
Ultime centinaia di metri, ormai siamo sulla cresta... non pensiamo a niente, camminiamo e basta... e alla fine spunta l'inconfondibile sagoma del ripetitore: ci siamo.
Meccanicamente raggiungiamo il rifugio ed entriamo, e in un istante veniamo ripagati di tutte le fatiche: la calda accoglienza dei ragazzi, la stufa a legna alla quale letteralmente ci incolliamo, il piatto di minestrone bollente che ingurgitiamo in pochi minuti, il resto del pomeriggio che trascorre tranquillo tra quattro chiacchiere e un po' di lettura...
Intendiamoci: non è stata un'impresa epica, solo un'escursione con "avverse condizioni meteorologiche", con una bella giornata di sole sarebbe stata alla portata di chiunque...
E alla fine, tornando alla domanda iniziale: chi me l'ha fatto fare?
Beh, l'ho capito la mattina dopo quando ho aperto la porta del rifugio...
Alla prossima, ciao :ciaociao:
La vetta non è una qualsiasi, è il Piz Boé, che dall'alto dei suoi 3152 metri domina l'intero gruppo del Sella.
E sulla vetta del Piz Boé, come molti sapranno, c'è la Capanna Fassa, rifugio in cui ho prenotato due posti letto proprio per la sera del 13 agosto.
Da quelle parti ci sono già passato un paio di volte in passato, per cui conosco abbastanza bene la zona e so che i sentieri, per quanto lunghi, sono tranquillamente alla mia portata.
E allora qual è il problema? Il problema è il tempo, perché tra tutte le giornate che mi potevano toccare nel momento in cui - circa un mese prima - ho telefonato per prenotare, mi è capitato il giorno peggiore di tutta la vacanza.
Cielo coperto, con i primi rovesci previsti già in tarda mattinata e ulteriore peggioramento pomeridiano con vento forte e possibilità di temporali.
Insomma, salire con queste previsioni non è il massimo e la tentazione di chiamare per disdire è forte, ma prima vorrei valutare le alternative...
Ci sarebbe una scorciatoia: arrivare in auto al passo Pordoi, salire con la funivia fino ai 2950 metri del rifugio Maria, e da lì in poco meno di un'ora raggiungere la vetta, ma è una possibilità che non prendo neppure in considerazione, se si fa, si fa come si deve...
Dunque lasciamo la macchina ad Arabba e da lì iniziamo la salita lungo il sentiero 637: 1550 metri di dislivello con l'idea che in caso di peggioramento anticipato alziamo i tacchi e torniamo indietro.
La visibilità non è eccezionale, nuvoloni bassi carichi di umidità si alternano a repentine schiarite che ci consentono se non altro - per non più di 30/40 secondi alla volta - di constatare che il Sella è ancora sopra di noi e non è stato risucchiato dal nulla cosmico, ma tutto sommato non piove e siamo abbastanza riparati dal vento.
In poco meno di due ore arriviamo così al rifugio Kostner (2500 metri), dove ci fermiamo a bere qualcosa di caldo e a riflettere sul da farsi, nel frattempo iniziano a scendere le prime pesantissime gocce di pioggia.
Mia moglie - per natura più prudente di me - è molto titubante sul proseguire, io non vorrei forzare la mano ma la mia mente mi lancia segnali positivi: già 950 metri saliti, ne restano solo 600, ce la facciamo.
Tiriamo fuori l'artiglieria pesante: wind-stopper, poncho, telo coprizaino, guanti, e ci incamminiamo.
Proseguiamo sul sentiero 638, che aggira i bastioni del Vallon e ci porta in direzione sud-ovest, fino a ripiegare deciso verso nord all'ingresso del ripido canalino del Pigolerz, attrezzato con una fune e per buona parte innevato.
A livello psicologico stiamo affrontando la parte più impegnativa: la pioggia e il vento sono aumentati notevolmente e riusciamo a malapena a tenere alto lo sguardo; il sentiero - costituito in questa parte da detriti, sfasciumi e rocce molto scivolose - è insidioso e richiede la massima concentrazione.
Tutto sommato riesco a salire abbastanza agevolmente, mi volto ad aiutare mia moglie, più che altro a livello mentale. Alla fine ce la fa anche lei, mi fissa con uno sguardo a metà tra lo scoraggiato e l'interrogativo: si aspetta da me una rassicurazione o spera in un mio ripensamento?
E' il momento: all-in, le sorrido tranquillo e le dico "ormai ci siamo, il più è fatto". Sarà un bluff?
E in effetti da lì in poi il sentiero è come me lo ricordavo: facile, poco ripido e ben segnato. Ma siamo alti, quasi 3000 metri, e completamente esposti alla forza del vento - che arriva improvviso con raffiche che piegano le gambe e ci costringono a procedere bassi, quasi a quattro zampe - e all'intensità della pioggia, ormai diventata grandine, che ci mitraglia incessantemente, di lato e frontalmente; la temperatura... boh? Non credo sia troppo bassa, forse sui 5/6 gradi, ma con un wind chill piuttosto pungente.
La visibilità è scarsa, ma la presenza costante dei segni bianchi e rossi ci tranquillizza e, per quanto possibile, procediamo abbastanza spediti.
Ultime centinaia di metri, ormai siamo sulla cresta... non pensiamo a niente, camminiamo e basta... e alla fine spunta l'inconfondibile sagoma del ripetitore: ci siamo.
Meccanicamente raggiungiamo il rifugio ed entriamo, e in un istante veniamo ripagati di tutte le fatiche: la calda accoglienza dei ragazzi, la stufa a legna alla quale letteralmente ci incolliamo, il piatto di minestrone bollente che ingurgitiamo in pochi minuti, il resto del pomeriggio che trascorre tranquillo tra quattro chiacchiere e un po' di lettura...
Intendiamoci: non è stata un'impresa epica, solo un'escursione con "avverse condizioni meteorologiche", con una bella giornata di sole sarebbe stata alla portata di chiunque...
E alla fine, tornando alla domanda iniziale: chi me l'ha fatto fare?
Beh, l'ho capito la mattina dopo quando ho aperto la porta del rifugio...
Alla prossima, ciao :ciaociao:


