Io posso dire di averla fatta; ricordo benissimo gli ovetti che salivano fino in cima e durante le mie settimane bianche passate a Campitello, tutti gli anni, puntualmente studiavo il percorso da fare insieme a mio fratello. Mio padre vedeva nei miei occhi ed in quelli di mio fratello la bramosia di provare la sensazione nello scendere dalla forcella. Dal basso si vedeva il rifugio arroccato in cima, incastonato dalle cime e siccome ero anche patito di alpinismo, sognavo anche la scalata.
Saranno passati venti anni, sia io che antonio eravamo giovani ed in parte anche spericolati: da poco tempo avevano inventato gli skistop, eravamo abituati ai laccetti sugli attacchi che quando cascavi stavi più attento a non prendere lo sci sulla testa che ad abbracciare un albero, io con gli atomic arc, antonio con i blizzard. Non riuscivamo mai a vedere qualcuno che scendeva da lì, ma puntualmente, le mattine appena salivamo con la seggiovia da Campitello (la funivia è stata costruita più tardi) vedevamo le tracce di qualcuno che l'aveva fatta.
Un giorno si decise: alla partenza dell'ovovia cartelli minacciosi informavano della pericolosità, mancava solo un reverendo che desse l'estrema unzione, ma noi eravamo decisi; purtroppo arrivati in cima desistemmo dando la colpa alla neve non adatta per la nostra impresa: in realtà avevamo paura, o forse, non eravamo ancora pronti per quell'anno.
Nel successivo ritentammo: la partenza è un vero budello: sono circa una ventina di metri strettissimi fra le rocce in cui non hai possibilità di sterzare, devi solo andare avanti e prendere velocità. Inutile dire che uno sbaglio costa caro, successivamente inizi a curvare in serpentina cercando di decelerare poichè la città dei sassi si avvicina e devi stare molto attento.
Ci riuscimmo con una soddisfazione incredibile ed fummo fermati da alcuni tedeschi al termine della discesa che chiesero come fare. Demmo tutte le informazioni possibili ma per ben due giorni solo le nostre due tracce apparvero sulla neve e ne fummo orgogliosi.