kirama
Powder Ranger
Mi sono imbattuto in quest'articolo.
Fa riflettere (se ce ne fosse ancor bisogno) sui pericoli della montagna e sulla professionalità e sulla generosità d'animoo dei soccorritori.
Segnalo anche la lettura dei commenti dei parenti delle vittime in calce all'articolo linkato
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Soccorso Alpino piemontese: cronaca di un intervento al limite
Intervista a Fulvio Conta, delegato della XII delegazione Canavesana del CNSAS. Una “normale” ricerca di due alpinisti scomparsi si trasforma in un’operazione al limite durante la fase di recupero dei corpi
Mercoledi 10 Luglio 2013
"E' stato un intervento duro. Il più difficile che ricordi... e ormai sono otto anni che sono delegato in questa zona". Le parole di Fulvio Conta - il responsabile della XII Delegazione "Canavesana" del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico - raccontano meglio delle immagini la difficile operazione effettuata sulla Becca di Gay, cima di 3600 metri fra Piemonte e Val D'Aosta. La ricerca e il recupero delle salme di due alpinisti senza vita ha impegnato per tre giorni 60 tecnici del CNSAS. Il maltempo, la neve resa marcia dalle alte temperatura, ma soprattutto la dinamica dell'incidente che è costato la vita a due biellesi hanno reso un'operazione che sembrava di routine in un intervento al limite. Decisiva... una muta da sub, a oltre 2500 metri.
Fulvio Conta, come è iniziato l'intervento?
Siamo stati allertati domenica, per il mancato rientro di due alpinisti biellesi, dispersi durante un'ascensione sulla Becca di Gay. Abbiamo inizialmente pensato che fossero finiti sotto una valanga, come accade a volte in tarda primavera o inizio estate, quando la neve appesantita si stacca senza preavviso. L'elicottero ha perlustrato ampie parti della montagna, anche lunedì mattina quando il cielo era molto terso, ma dei due alpinisti nessuna traccia...
E' in questa fase che avete sospettato che potesse essere accaduto qualcos'altro...
Si è fatta strada l'ipotesi che potessero essere caduti in un crepaccio, in un buco nella neve. Lo zero termico era a 3800 metri e le temperature piuttosto alte hanno accelerato il processo di fusione della neve, rendendo molto pericolosi alcuni canali. L'acqua si scioglie, si trasforma il ruscello e scorre sotto i nevai, scavandoli. Diventano come denti cariati, trappole mortali.
Avete rivolto le ricerche in questo senso quindi?
Sì, abbiamo iniziato a perlustrare il versante Piemontese della montagna, dove ci sono numerosi canali di circa 45°, che portano verso il rifugio Pontese. La coppia di persone scomparse, un uomo e una donna, erano con un alpinista più giovane. Ma a un certo punto, poco sopra i 3mila metri, si sono girati per tornare indietro, a causa della stanchezza. Hanno preso una via poco frequentata, un canalino spostato di circa 500 metri rispetto alla normale via di discesa. Purtroppo era proprio uno dei posti dove l'acqua ha scavato per giorni la neve. Una cordata li ha visti scendere per il canale, legati, ma poi li ha persi di vista.
E' qui che è avvenuto l'incidente?
Sì, al termine di questo piccolo canalino, lungo circa 150 metri. All'inizio è stretto e man mano che scende si allarga e sfocia su un pianoro enorme. Ma sotto il canale c'era un sacco di acqua e all'improvviso sono andati a infilarsi fra la roccia e la neve, quando all'improvviso ha ceduto un ponte nevoso.
Come avete fatto a individuare i corpi?
E' stata veramente dura. Sul versante eravamo in più di 25 tecnici della delegazione Canavesana del CNSAS: abbiamo guardato dentro ogni singolo buco nella neve, per ore. Poi abbiamo visto delle tracce fresche, come una scivolata, infilarsi dritte nella fessura dove effettivamente li abbiamo trovati. Abbiamo fatto un ancoraggio con tre chiodi, fra rocce instabili e ghiaccio. Poi abbiamo calato un nostro tecnico. E' un ragazzo che, oltre ad essere un alpinista, è anche un forte speleologo. E' sceso per 20 metri fra la roccia e la neve, in pertugi strettissimi dove il corpo passava appena. Arrivato in un tratto largo poco più di 50 centimetri ha sentito con la mano che c'era un corpo. Ma è dovuto tornare immediatamente su: troppo angusto lo spazio, e l'acqua del torrente sotterraneo era talmente forte - gli schizzi arrivavano fin sopra - che rischiava di trascinarlo in basso. Dopo pochi minuti, quando è risalito, già accusava i primi sintomi dell'ipotermia.
E' iniziata la lunga fase del recupero...
Ci siamo dovuti inventare qualcosa, in una situazione il recupero dei corpi sembrava impossibile. Lo spazio strettissimo, il ruscello sotterraneo, le temperature basse e l'incognita meteo giocavano tutte contro di noi. Abbiamo deciso di scavare un lungo tunnel da sopra, direttamente nella neve, alto diversi metri. Prima con le pale, poi l'elicottero - in uno spazio fra le nubi - è riuscito a portare alcune motoseghe con cui abbiamo tagliato il ghiaccio a blocchi, velocizzando un po' le cose.
Con l'elicottero è salito anche un altro operatore, con la muta da sub.
Si tratta di un ragazzo molto giovane, appassionato di forre e canyoning. Con la sua muta, con tecniche miste alpinistico-speleologiche abbiamo potuto calarlo nel buco fatto in precedenza. La protezione in neoprene gli ha permesso di restare sotto la neve e il ruscello sotterraneo il tempo necessario per legare due funi alle imbragature indossate dagli alpinisti, permettendoci con alcuni paranchi di estrarli dalle profondità della neve. Abbiamo lavorato senza sosta a questa operazione dalle 9 di mattina fino alle 16.30 di ieri, quando abbiamo recuperato le salme e le abbiamo riconsegnate alle autorità.
Nel complesso uno degli interventi più difficili per il Soccorso Alpino...
Sì, siamo abituati a lavorare in parete o in valanga, ma non ci è mai accaduto un caso difficile come questo. Operare in cavità nevose allagate, con il flusso d'acqua del ruscello, uno spazio di pochi centimetri e la completa oscurità ci ha messo veramente alla prova. E' uno dei casi dove le tecniche usate in ambito alpino devono per forza di cose sposarsi con l'apporto speleologico: fortunatamente al suo interno il CNSAS può disporre anche di queste specializzazioni.
Che consiglio si può trarre da quest'esperienza per chi frequente la montagna?
Come Soccorso Alpino tiene a dire che i pericoli di caduta nella neve non ci sono solo sui ghiacciai. I nevai che si formano durante l'inverno e durano fino all'estate inoltrata sono ugualmente pericolosi. Nascondono delle cavità impossibili da vedere, che cedono improvvisamente sotto il peso delle persone, inghiottendole. Serve sempre procedere legati in cordata, distanti molti metri, con i "nodi a palla" lungo il tratto di corda. Ma soprattutto è fondamentale pianificare l'itinerario chiedendo consigli alle persone del posto, che possono indicare i punti più pericolosi.
Fa riflettere (se ce ne fosse ancor bisogno) sui pericoli della montagna e sulla professionalità e sulla generosità d'animoo dei soccorritori.
Segnalo anche la lettura dei commenti dei parenti delle vittime in calce all'articolo linkato
Soccorso Alpino piemontese: cronaca di un intervento al limite - Attualità - Attualità - Protezione Civile, Il Giornale della - Home - Attualità
Soccorso Alpino piemontese: cronaca di un intervento al limite
Intervista a Fulvio Conta, delegato della XII delegazione Canavesana del CNSAS. Una “normale” ricerca di due alpinisti scomparsi si trasforma in un’operazione al limite durante la fase di recupero dei corpi
Mercoledi 10 Luglio 2013
"E' stato un intervento duro. Il più difficile che ricordi... e ormai sono otto anni che sono delegato in questa zona". Le parole di Fulvio Conta - il responsabile della XII Delegazione "Canavesana" del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico - raccontano meglio delle immagini la difficile operazione effettuata sulla Becca di Gay, cima di 3600 metri fra Piemonte e Val D'Aosta. La ricerca e il recupero delle salme di due alpinisti senza vita ha impegnato per tre giorni 60 tecnici del CNSAS. Il maltempo, la neve resa marcia dalle alte temperatura, ma soprattutto la dinamica dell'incidente che è costato la vita a due biellesi hanno reso un'operazione che sembrava di routine in un intervento al limite. Decisiva... una muta da sub, a oltre 2500 metri.
Fulvio Conta, come è iniziato l'intervento?
Siamo stati allertati domenica, per il mancato rientro di due alpinisti biellesi, dispersi durante un'ascensione sulla Becca di Gay. Abbiamo inizialmente pensato che fossero finiti sotto una valanga, come accade a volte in tarda primavera o inizio estate, quando la neve appesantita si stacca senza preavviso. L'elicottero ha perlustrato ampie parti della montagna, anche lunedì mattina quando il cielo era molto terso, ma dei due alpinisti nessuna traccia...
E' in questa fase che avete sospettato che potesse essere accaduto qualcos'altro...
Si è fatta strada l'ipotesi che potessero essere caduti in un crepaccio, in un buco nella neve. Lo zero termico era a 3800 metri e le temperature piuttosto alte hanno accelerato il processo di fusione della neve, rendendo molto pericolosi alcuni canali. L'acqua si scioglie, si trasforma il ruscello e scorre sotto i nevai, scavandoli. Diventano come denti cariati, trappole mortali.
Avete rivolto le ricerche in questo senso quindi?
Sì, abbiamo iniziato a perlustrare il versante Piemontese della montagna, dove ci sono numerosi canali di circa 45°, che portano verso il rifugio Pontese. La coppia di persone scomparse, un uomo e una donna, erano con un alpinista più giovane. Ma a un certo punto, poco sopra i 3mila metri, si sono girati per tornare indietro, a causa della stanchezza. Hanno preso una via poco frequentata, un canalino spostato di circa 500 metri rispetto alla normale via di discesa. Purtroppo era proprio uno dei posti dove l'acqua ha scavato per giorni la neve. Una cordata li ha visti scendere per il canale, legati, ma poi li ha persi di vista.
E' qui che è avvenuto l'incidente?
Sì, al termine di questo piccolo canalino, lungo circa 150 metri. All'inizio è stretto e man mano che scende si allarga e sfocia su un pianoro enorme. Ma sotto il canale c'era un sacco di acqua e all'improvviso sono andati a infilarsi fra la roccia e la neve, quando all'improvviso ha ceduto un ponte nevoso.
Come avete fatto a individuare i corpi?
E' stata veramente dura. Sul versante eravamo in più di 25 tecnici della delegazione Canavesana del CNSAS: abbiamo guardato dentro ogni singolo buco nella neve, per ore. Poi abbiamo visto delle tracce fresche, come una scivolata, infilarsi dritte nella fessura dove effettivamente li abbiamo trovati. Abbiamo fatto un ancoraggio con tre chiodi, fra rocce instabili e ghiaccio. Poi abbiamo calato un nostro tecnico. E' un ragazzo che, oltre ad essere un alpinista, è anche un forte speleologo. E' sceso per 20 metri fra la roccia e la neve, in pertugi strettissimi dove il corpo passava appena. Arrivato in un tratto largo poco più di 50 centimetri ha sentito con la mano che c'era un corpo. Ma è dovuto tornare immediatamente su: troppo angusto lo spazio, e l'acqua del torrente sotterraneo era talmente forte - gli schizzi arrivavano fin sopra - che rischiava di trascinarlo in basso. Dopo pochi minuti, quando è risalito, già accusava i primi sintomi dell'ipotermia.
E' iniziata la lunga fase del recupero...
Ci siamo dovuti inventare qualcosa, in una situazione il recupero dei corpi sembrava impossibile. Lo spazio strettissimo, il ruscello sotterraneo, le temperature basse e l'incognita meteo giocavano tutte contro di noi. Abbiamo deciso di scavare un lungo tunnel da sopra, direttamente nella neve, alto diversi metri. Prima con le pale, poi l'elicottero - in uno spazio fra le nubi - è riuscito a portare alcune motoseghe con cui abbiamo tagliato il ghiaccio a blocchi, velocizzando un po' le cose.
Con l'elicottero è salito anche un altro operatore, con la muta da sub.
Si tratta di un ragazzo molto giovane, appassionato di forre e canyoning. Con la sua muta, con tecniche miste alpinistico-speleologiche abbiamo potuto calarlo nel buco fatto in precedenza. La protezione in neoprene gli ha permesso di restare sotto la neve e il ruscello sotterraneo il tempo necessario per legare due funi alle imbragature indossate dagli alpinisti, permettendoci con alcuni paranchi di estrarli dalle profondità della neve. Abbiamo lavorato senza sosta a questa operazione dalle 9 di mattina fino alle 16.30 di ieri, quando abbiamo recuperato le salme e le abbiamo riconsegnate alle autorità.
Nel complesso uno degli interventi più difficili per il Soccorso Alpino...
Sì, siamo abituati a lavorare in parete o in valanga, ma non ci è mai accaduto un caso difficile come questo. Operare in cavità nevose allagate, con il flusso d'acqua del ruscello, uno spazio di pochi centimetri e la completa oscurità ci ha messo veramente alla prova. E' uno dei casi dove le tecniche usate in ambito alpino devono per forza di cose sposarsi con l'apporto speleologico: fortunatamente al suo interno il CNSAS può disporre anche di queste specializzazioni.
Che consiglio si può trarre da quest'esperienza per chi frequente la montagna?
Come Soccorso Alpino tiene a dire che i pericoli di caduta nella neve non ci sono solo sui ghiacciai. I nevai che si formano durante l'inverno e durano fino all'estate inoltrata sono ugualmente pericolosi. Nascondono delle cavità impossibili da vedere, che cedono improvvisamente sotto il peso delle persone, inghiottendole. Serve sempre procedere legati in cordata, distanti molti metri, con i "nodi a palla" lungo il tratto di corda. Ma soprattutto è fondamentale pianificare l'itinerario chiedendo consigli alle persone del posto, che possono indicare i punti più pericolosi.