Riflessioni più o meno recenti

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zetakappa

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"Centinaia di sciatori, di abilità meno che media, si limitano a ripetere per giornate intere la stessa strada, fino a che la conoscono tutta a memoria e la san fare da gran signori. Sulla neve battuta, quando si conosca il terreno metro per metro, il "Cristiania" vien fuori da solo ed è una delizia volare giù con perfetta sicurezza, ondeggiando come serpenti. Ma non basta. Abituati prevalentemente alla neve "artificiale" provatevi in una bella traversata d'alta montagna, dove si presentano via via gobbe irregolari e dure come sassi, valloni ricolmi di neve tenerissima, lunghi tratti di "crosta che si rompe" eccetera, eccetera. La vostra proverbiale eleganza si dileguerà misteriosamente. Sarà una passeggiata ricca di impensate sensazioni sgradevoli."

Da dove viene tutto ciò? Da una rivista di freeride? Da un testo di ski-alp? No, viene da un articolo del Corriere della Sera, datato 14/02/1934 e scritto da Dino Buzzati. Sono passati 80 anni ed è ancora maledettamente attuale, ancora oggi parliamo delle stesse identiche cose negli stessi identici termini. Forse dovremmo davvero riflettere su quanto sia meglio dedicarsi ad altri ragionamenti, se in tutto questo tempo non si è arrivati a una quadra :D

Dino Buzzati, "I fuorilegge della montagna - Scalate, discese e gfare olimpiche", Oscar Mondadori
 
Leggete cosa ha scritto sul canalone di Madesimo Buzzati nel 1965 sul Corriere della Sera :

"...la prima volta confesso di essere rimasto perplesso. Dal ballatoio non si puo' ancora scorgere l' enorme imbuto, ma se ne scorge appena l' inizio. E la pendenza, la livida penombra, non lasciano presagire nulla di buono... Ben presto la stazione della funivia scompare lassu' in alto, ci si ritrova immersi nel cuore del canalone. E all' improvviso le rocce, le creste, i contrafforti, le gobbe che da lontano parevano insulse forme, acquistano, visti da presso, una intrigante personalita' ... Il canalone e' un corridoio, uno scosceso viale, una lunga prigione in cui si resta chiusi... E c' e' l' incanto della intimita' ...".

Infatti c'e' questo all'arrivo della funvia del Groppera

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questo il testo completo:

IL CANALONE
Si può presentare una pista di sci come un'opera d'arte senza cadere nella vuota retorica? lo penso di sì. E allora se i confini dell'arte sono ormai tanto elastici, è poi tanto irriverente definire capolavoro la pista dei Groppera sopra Medesimo? Se la sorvolate in elicottero, vi sembrerà soltanto uno dei tanti canaloni che solcano i fianchi di queste montagne, le quali non vantano straordinari splendori. Se invece la percorrete in sci, vi sentirete aprire a una travolgente meraviglia. Gli sciatori che me ne hanno parlato -e alcuni di essi conoscevano bene l'intero repertorio sciistico d'Europa- sono stati concordi: è la più bella pista delle Alpi. Infatti quando sono uscito dalla stazione sommitale della funivia, esattamente a 2.960 metri, e mi sono affacciato alla svasatura che precipita di sotto, la prima volta confesso di essere rimasto perplesso. Dal ballatoio non si può ancora scorgere l'enorme imbuto, ma se ne scorge appena l'inizio. E la pendenza e la livida penombra non lasciano presagire nulla di buono. Si mettono gli sci, si traversa a destra per una trentina di metri in scivolata diagonale, ci si immerge col batticuore nel baratro. La pista non è stata battuta, la neve non sarà assestata, le virate su di un pendio così severo saranno un problema. E se si cade dove ci si fermerà? Ma la neve tiene, benché non battuta, esposta a nord com'è, ha, fino a metà giugno, la perfezione tipica dell'alta montagna. Le concavità dei primo erto cunicolo lusingano i movimenti aiutando le curve con elastico rimbalzo da un versante all'altro. Ben presto la stazione della funivia scompare lassù in alto, ci si trova immersi nel cuore dei canalone. E all'improvviso le rocce, le creste, i contrafforti, le gobbe che da lontano parevano insulse forme, acquistano, visti da presso, una intrigante personalità. Che cos'è un canalone? Perché, rispetto alle piste aperte che sono la grandissima maggioranza, offre singolari voluttà? Il canalone è un corridoio, uno scosceso viale, una lunga prigione in cui si resta chiusi. Da una parte e dall'altra impraticabili quinte di rupi. C'è molto più carica di solitudine. C'è un gioco molto più fantastico di luci e di suoni: e c'è l'incanto della intimità, lo stesso che si assapora in parete, su per i grandi camini e diedri, intimità veramente simile a quella della nostra camera da letto; per cui le lingue di neve, le infossature, i macigni, gli aerei baldacchini assumono un'espressione pressoché umana. Si direbbe che qualcuno ci aspetti, che ci spii tra le rocce. Ogni angolo, cavità, anfratto, sembra invitarci a restare, promettendo misteriose beatitudini. Nei canaloni, non sulle pareti o sulle creste, vivono gli elfi, i gnomi, gli antichi spiriti della montagna. Attraverso il favoloso scenario, la pista si incurva, si allarga, spaziando in vertiginosi anfiteatri, si raccoglie a cucchiaio, concede respiro, poi si restringe di nuovo, si impenna come se dietro quella gobba si spalancasse un impossibile abisso. Ma anche l'erta strettoia fa di tutto per non scoraggiare come le curve sopraelevate dei velodromi felici, anzi trascina agilmente gli sci in armoniosi zig zag che riescono da soli. Quindi si allarga ancora in maestose cavee ciascuna delle quali ha una luce particolare, un'espressione e una atmosfera diversa dalle altre. Altri due canaloni sono giustamente famosi nelle nostre Alpi, tutti e due sopra Cortina: le Tofane e il Cristallo. Quello del Groppera (che brutto, zotico e inelegante nome però), li supera per potenza architettonica. Mille metri secchi di dislivello, tre chilometri e mezzo di percorso. Dopodiché il divino toboga si estingue a ventaglio su di un vasto pianoro. E qui riprende la febbre. Presto allo ski lift che riporterà su alla stazione intermedia della funivia, tornare in cima, rimettere gli sci, buttarsi ancora giù per il favoloso scivolo, scrivere sull'innominabile cateratta bianca irrigidita tra i dirupi, la nostra piccola fatua personale illusione. Fino a quando?
 
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La libertà
Tempo fa, al mercato, comprai un pesce rosso contenuto in un vasetto rotondo di vetro trasparente.
Là dentro l’animale stava stretto e vederlo sbattere il muso continuamente contro il vetro, mi faceva
star male. Allora decisi di procurargli una casa meno piccola. E in giardino feci costruire una bella
vasca tonda del diametro di metri tre e profonda mezza gamba .Poi la riempii di acqua fresca e
stavo per rovesciarci dentro il pesciolino quando mi venne in mente: lui attualmente si trova in
acqua quasi tiepida, se lo getto all’improvviso in acqua fredda, non si prenderà una congestione?
A evitare il rischio, presi una semplice soluzione. Misi sul fondo, così come stava, il vaso
di vetro lasciandoci dentro l’acqua e il pesciolino. Con due vantaggi: uno che la bestiola si poteva
così acclimatare alla bassa temperatura della vasca; secondo, che più grande, perché inaspettata,
sarebbe stata la sua sorpresa, quando si fosse accorto che l’acqua non finiva lì, che la prigione non
era più prigione e che tutto intorno si stendeva un grande oceano a sua disposizione.
Così feci. Quando il pesce, risalito alla bocca del vaso, non trovò più ostacoli, si mise a nuotare
da una parte all’altra della vasca, entusiasta della inaspettata libertà.
Questa allegria durò un paio di giorni. Tre mattine dopo lo trovai quieto rintanato nel vaso
che avevo dimenticato nella vasca. Anche la sera e l’indomani e il terzo giorno successivo se
ne stava all’interno del vaso. Allora persi la pazienza e gli parlai: “Caro pesce, scusa, ma mi pare
che tu esageri! Ho speso un mucchio di soldi perché tu potessi nuotare libero, tanto mi facevi pena
sempre chiuso in quel piccolo vaso, e tu, invece, nel vaso ci ritorni, ci passi intere giornate come
se non ti importasse niente di essere libero. Giuro che mi fai cadere le braccia!”
Allora (siccome è una falsità che i pesci sono muti) l’animaletto mi rispose: “O uomo, come
sei poco intelligente! Che strana idea della libertà tu hai! Non é l’uso della libertà che importa.
Ciò che importa è la possibilità di usarne. Qui è il sapore più squisito. Io amo stare in questo vaso
che è così intimo e adatto alla meditazione. Ma so che quando voglio, posso uscirne e fare lunghi
viaggi nella vasca (per la quale ti ringrazio). Era un carcere questo vaso e adesso non lo è più,
ecco la differenza. Non solo. Stando qui, io vivo dal punto di vista materiale l’identica vita di prima,
quando ero prigioniero ed infelice. Ma proprio questo mi permette di godere della felicità raggiunta.
Io sto nel carcere, ma la porta è aperta. Se per sfruttare questa libertà io corressi dappertutto senza
fermarmi mai, a un certo punto sarei sazio. E la soddisfazione cesserebbe. E comincerei a desiderare
mari sempre più grandi. Insomma tornerei ad essere infelice. Vedi che della libertà nessuno sa godere
più di me. E adesso, per favore, lasciami tranquillo nel mio vaso”.
Al che io me ne andai, scusandomi.
[adattato da Dino Buzzati , In quel preciso momento]
 
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