Rischiare è un diritto? tu cosa ne pensi?

Pizz

Mpd...da sempre
Il valore della libertà per l’alpinismo, il questionario proposto da Lo Scarpone

Alessandro Gogna con un articolo dal titolo “Rischiare è un diritto?” - pubblicato nel numero di settembre 2011 del lo Scarpone, rivista ufficiale del CAI propone questo sondaggio-riflessione.(tematica molto sentita in tutti i forum,e non, di montagna)
io sono di parte, ma mi chiedevo, cosa ne pensasse lo sciatore "normale"da pista.
se volete rispondere e compilare il sondaggio trovate gli indirizzi utili a fine pagina.



RISCHIARE È UN DIRITTO?
di Alessandro Gogna

Una raccomadazione: “Do per scontata la raccomandazione che l’alpinismo e l’arrampicata vanno intrapresi con prudenza, dopo riflessione e graduale preparazione”

Fra breve il nostro Club alpino potrà associarsi a un movimento internazionale per la libertà nella frequentazione della montagna, sia essa nel campo dell’alpinismo, dello sci-alpinismo, dell’arrampicata pura o dell’escursionismo. Forse non tutti sono al corrente delle tendenze che si stanno sviluppando nelle società moderne, ossessionate dalla ricerca della sicurezza al punto da divenirne schiave. Dovrò dunque anzitutto cercare di esporre brevemente come il problema si pone, per passare poi a chiedere la vostra opinione su vari interrogativi che la situazione suscita. Questo perché da un lato il CAI deve poter valutare l’opinione dei suoi iscritti, dall’altro deve prepararsi a esporre gli argomenti adatti a convincervi della necessità di agire e forse a proporre modifiche del sistema giuridico vigente.

Le società più sviluppate sono sempre più lontane dal rapporto con la natura, che implica non solo piaceri, ma anche sofferenze, fatiche e rischi; tendono quindi ad allontanarli da sé, con un ossessivo ricorso a principi di sicurezza. In esse pullulano così gli “esperti di sicurezza”, che fanno leva sulle loro paure, qualche volta a vantaggio della propria visibilità e dei propri interessi. La stampa dedica particolare attenzione agli incidenti che accadono nel corso di attività alpinistiche, con valutazioni spesso superficiali e toni critici che hanno una certa presa sull’uomo della strada e anche sull’opinione di molti amanti della montagna; persino di qualche alpinista un po’ distratto. È così che, a livello parlamentare, regionale o di autorità locali, può nascere la tentazione di ridurre la libertà di azione nel campo dell’alpinismo. Accrescere la propria visibilità in campo politico e ridurre i fastidi sono le motivazioni più ovvie di queste tentazioni, che hanno facile presa sull’opinione pubblica; meno evidenti, ma spesso presenti, ci sono inoltre anche motivazioni economiche.

Prima di dare qualche esempio di misure restrittive introdotte o tentate, desidero invitarvi a riflettere sugli aspetti etici del problema della libertà: da grandi saggi del pensiero liberale come John Stuart Mill a filosofi come Bertrand Russel, viene l’invito a considerare che esistono diritti essenziali che ci appartengono, non in quanto membri di una comunità politica, ma in quanto esseri umani, e che uno degli aspetti fondamentali e della vita civile deve essere la libertà di agire secondo le proprie opinioni, purché lo si faccia a proprio rischio e pericolo.

Le misure restrittive prese, o proposte, fino a oggi riguardano soprattutto il campo dello sci-alpinismo; questo perché il tema della “valanga assassina” attira morbosamente i lettori dei giornali. Il nostro codice penale considera che una valanga può distaccarsi per caso fortuito oppure per colpa o dolo. Purtroppo la tendenza degli ultimi anni è stata nel senso di adottare l’interpretazione più severa delle leggi. Così è recentemente accaduto che due studenti tedeschi che a Livigno avevano provocato una valanga, senza conseguenze, sono stati arrestati. In Piemonte un escursionista che aveva causato una valanga da cui era stato travolto ha ricevuto un avviso di garanzia. In Valtellina una guida che aveva causato una valanga è stato condannata a una pena detentiva. Si noti che in Austria e in Svizzera la legislazione, o la sua interpretazione, è molto più equilibrata.

Altro esempio: la legge 363 del 2003 sugli sport invernali impone l’uso di sistemi elettronici di ricerca per chi si muove fuori pista nelle aree attrezzate per facilitare la ricerca. Ma in Piemonte una legge regionale del 2009 prevede l’estensione dell’obbligo dell’ARTVA (Apparecchio Ricerca Travolti da Valanga) - oltre che di pale e sonda - anche per aree non controllate di qualsiasi pendenza. Di conseguenza si è dato il caso di sanzioni anche per gente che si muoveva su neve senza ARTVA in zone a pendenza praticamente zero. Fortunatamente la legge è per il momento sospesa, in attesa di revisioni; le proteste hanno avuto effetto.

Per quanto riguarda i vincoli all’arrampicata e all’alpinismo su roccia e ghiaccio, si tratta per ora soprattutto di vincoli posti dai sindaci all’uso di palestre di roccia (al di là delle restrizioni per motivi ecologici); questo deriva un po’ dal desiderio di evitare fastidi e un po’ dall’ottica di far mercato della montagna. Però non ci si illuda: cito la Legge della Provincia di Trento 2002, N. 7 che dichiara assoggettabili a controllo e manutenzione anche le “vie alpinistiche”, definite come “itinerari che possono richiedere una progressione in arrampicata, segnalate anche soltanto da tracce di passaggio”. Non è azzardato prevedere una tendenza a porre vincoli alla libertà di accesso a questi “percorsi”. Bisogna rendersi conto che il problema è internazionale, e la tendenza a porre vincoli alle attività alpinistiche si sta estendendo; per questo in Francia è nato un osservatorio per le libertà e si propone di estenderlo a livello internazionale.

Non fatevi ingannare dalla poca rilevanza degli esempi sopra riportati: quello che preoccupa è il pullulare di iniziative liberticide, per ora in buona parte rientrate. Esso indica chiaramente quella che è la tendenza delle società moderne, ossessionate dal desiderio di sicurezza. Penso ad alcuni aspetti di un vasto progetto di legge (sulle professioni...) di cui si è occupata il ministro per il Turismo Michela Vittoria Brambilla, fortunatamente dormiente in qualche cassetto del Ministero. Penso all’iniziativa della giunta di un’importante località turistica delle Dolomiti, che aveva proposto di fare un elenco delle gite sci-alpinistiche autorizzate, proposta rientrata per la reazione delle guide locali. Penso al provvedimento, rientrato, del sindaco di Livigno che proibiva le gite sci-alpinistiche senza accompagnamento di guide.

C’è poi la trappola in cui non bisogna cadere, cioè farsi influenzare da ragionamenti apparentemente sensati. Per esempio, il costo degli incidenti per il servizio sanitario nazionale; questo ragionamento spinse l’URSS a concedere l’attività alpinistica solo a chi era fornito di un apposito tesserino, visto che doveva contribuire alla gloria della Patria. Si noti che questo vincolo esiste ancora, per lo meno ufficialmente, in Russia e in Azerbaijan. Vogliamo essere “sovietizzati”? Ci rendiamo conto che i costi derivanti dagli incidenti in montagna o in parete sono una frazione infinitesima di quelli provocati da tante altre forme di libertà, quali il fumare e il bere, la vita sedentaria, i viaggi in auto durante il fine settimana, e anche molto inferiori a quelli derivanti dal ciclismo e dallo sci da pista?

Altro argomento usato frequentemente dalla stampa, che fa presa sul pubblico, è quello dei rischi corsi dagli operatori del soccorso alpino. In realtà, da quando esiste l’alpinismo (e questo lo dovrebbe sapere anche l’uomo della strada), sono gli stessi alpinisti che, per loro consolidata natura solidale, hanno fornito l’opera di soccorso, sia in veste di professionisti che da volontari.

Ho accennato brevemente ai rischi che corre la libertà. Bisogna reagire, anche se molti dei tentativi sono stati già rintuzzati. Le associazioni alpinistiche francesi lo hanno ben compreso, proponendo la creazione di un osservatorio, cioè una rete di persone che si preparano a rintuzzare le insidie alla libertà, e la sua estensione a livello internazionale. Vi invito, alpinisti e amanti della montagna, a informarvi sugli argomenti a cui ho brevemente accennato e a fornire elementi essenziali per la valutazione della vostra opinione e delle informazioni che debbono essere fornite alla più generale opinione pubblica.

Per concludere, tramite questo sondaggio cerco di migliorare le mie conoscenze sulle opinioni degli alpinisti e degli amanti della montagna sui problemi che questa tendenza solleva. Vi prego di farmi conoscere il vostro parere.

Alessandro Gogna
articolo pubblicato ne “Lo Scarpone” Settembre 2011, pag. 29

IL QUESTIONARIO PUÒ ESSERE SCARICATO AL SEGUENTE INDIRIZZO:
http://www.edizionimelograno.com/high-res/questionario_def.zip
Va rispedito compilato a:
info@alessandrogogna.com
oppure inviato per posta al seguente indirizzo:
Alessandro Gogna, via Morimondo 26, 20143 Milano
 
Concordo pure io,

alla fiera di bergamo ho parlato con uno responsabile di livigno, mi ha detto che stanno spingendo appunto su questo punto, libertà di muoversi in fuoripista a proprio rischio e pericolo, ovviamente se un qualsiasi incidente coinvolge la pista il fatto è ben più grave.

Speriamo che qualcosa inizia a muoversi, non possiamo andare in montagna con la paura di essere segnalati, multati o arrestati.. non siamo criminali :PAAU
 
Chi non potrebbe essere d'accordo ad un ragionamento così chiaro e liberale.
Nel passato ne abbiamo parlato varie volte dell'argomento e i medesimi concetti sono emersi di sovente. Penso che sia un approccio totalmente condiviso da tutti i frequentatori della montagna, frequentatori in senso stretto, di coloro che la frequentano più intimamente (o meglio a largo spettro): coloro, quindi, che non si limitano alle aree monitorate.
D'altro canto chi queste aree non le frequenta, probabilmente, aimè, non sarà propenso a condividere tale approccio.
Gogna ha perfettamente ragione, è necessario muorsi nella direzione giusta per far valere le nostre libertà, non permettere che la nostra libertà sia limitata ingiustamente.

In particolare mi preme sottolineare questo passaggio, argomento che nel passato ha suscitato acesi diverbi nel forum:
Altro argomento usato frequentemente dalla stampa, che fa presa sul pubblico, è quello dei rischi corsi dagli operatori del soccorso alpino. In realtà, da quando esiste l’alpinismo (e questo lo dovrebbe sapere anche l’uomo della strada), sono gli stessi alpinisti che, per loro consolidata natura solidale, hanno fornito l’opera di soccorso, sia in veste di professionisti che da volontari.
Io mi trovo TOTALMENTE d'accordo su tale argomento: l'uomo della strada magari non lo sa, ma la storia andrebbe studiata.
 
Bella lettura.
dovrebbe essere chiaro a tutti soprattutto questo:

...e che uno degli aspetti fondamentali e della vita civile deve essere la libertà di agire secondo le proprie opinioni, purché lo si faccia a proprio rischio e pericolo.

Ma va coniugato anche con "la libertà di ogni individuo termina dove inizia quella di un'latro", certo, il concetto stesso di libertà non e' una gradnezza che si muove ed esiste in un sistema lineare...pero' rende l'idea.

Ad ogni modo, sono d'accordissimo con l'editoriale, ma qui siamo in un "circolo chiuso", praticamente il 97% di noi la pensa così.
Quello che sarebbe bello e' che articoli del genere avessero la stessa diffusione e risonanza dei famosi articoli "montagna assassina" sbattuti in prima pagina e a caratteri cubitali.
Ora, purtroppo, la realtà e' un'altra...quest'anno leggevo sul giornale settimanale ella mia zona (Il Giornale di...") di un ragazzo che, perso un piede durante una passeggiata in montagna, causa frana di massi, ha fatto causa all'amministrazione comunale avente giurisdizione, per inadempienza...e' logico che poi gli amministratori e politici finiscano con il proporre e imporre restrizioni di ogni tipo, a volte anche costruite in modo insensato e cieco.
per la storia del piede amputato, ho trovato questo riferimento :
http://www.ilgiornaledellaprotezion...e_civile_24_agosto_2011___NAZIONALE_16801.pdf
Ecco, non conosco i retroscena né la storia completa, ne' le persone coinvolte, mi astengo quindi da ogni commento, ma la storia sopra e' sintomatica id cio' che scrivevo prima, e cioé, di fronte a fatti come questi, e' giocoforza che le amministrazioni finiscano per volersi "tutelare".

E cmq questo discorso esula un po' dal settore "montagna" e si allarga anche ad altri settori...al mare, all'escurisionismo e financo, se vogliamo alle vacanze in zone "pericolose", e cioe', fatti salvi i concetti di solidarietà che ci animano tutti, l'essere in grado di assumersi le proprie responsabilità e non solo di bericare id libertà. La libertà non e' poter godere e/o fare cio' che si vuole sempre e comunque, a prescindere. E' saper fare delle scelte.
Non parliamo poi dei costi sociali indotti e che poi vanno a gravare sulla società tutta, cioe', in ultima analisi su di noi.
Immaginioma un automobilista che guidi senza cintura o un motociclista senza casco, in caso d'incidente, le eventuali ferite e di conseguenza i tempi di guarigione e le operazioni cui si dovrà sottoporre il malcapitato per ottenerne la guarigione, saranno (potenzialmente) piu' lunghi ed estesi che in caso di utilizzo dei sistemi di sicurezza. Quidi tempi di permanenza in ospedale piu' lunghi, ergo costi aumentati, costi chesi scaricano su di noi. Il nostro sistema ospedaliero, credetemi, non e' affatto messo male come si vuole far credere (qui sto un po' divagando ma ad esempio America, coi loro begli ospedali, io adesso non sarei qui, semplicemente perché non avrei avuto i soldi per sottopormi ad un' operazione molto invasiva), ma se loi opprimiamo con costi eccessivi, finirà per cedere (finanziariamente intendo).
bon, ciao, peace and powder (sperem)
 

.

Sono anch'io daccordissimo, come, penso, tutti quelli che praticano, o, (come me) hanno praticato l'alpinismo. In effetti mi pare che l'opinione sia, su questo argomento, rigidamente spaccata in due: quelli che vanno in montagna e tutti (o quasi) gli altri.
Purtroppo gli altri cercano in ogni modo di limitare la libertà dei primi.
Non sono invece d'accordo sull'argomento del soccorso:
Altro argomento usato frequentemente dalla stampa, che fa presa sul pubblico, è quello dei rischi corsi dagli operatori del soccorso alpino. In realtà, da quando esiste l’alpinismo (e questo lo dovrebbe sapere anche l’uomo della strada), sono gli stessi alpinisti che, per loro consolidata natura solidale, hanno fornito l’opera di soccorso, sia in veste di professionisti che da volontari.
E' verissimo, ma ciò non toglie che sia stupido rischiare la vita di molte persone per salvarne una...la cosa andrebbe approfondita.
 
il discorso è molto più ampio e andrebbe affrontato partendo dalle origini.
La continua ricerca della sicurezza (sarebbe meglio definirla pseudo-sicurezza) è solo un pretesto, per far apparire "i capoccia" che stanno in alto (medio-alto livello) come dei santi benefattori che si preoccupano moltissimo della salute dei propri cittadini.
E' triste ma va ammesso che a queste persone della salute REALE di soccorritori/sciatori/alpinisti non gliene frega assolutamente NIENTE.
Basta salvaguardare la "facciata".

Poi c'è da considerare anche che l'immagine di un uomo che affronta i propri limiti nella solitudine, lontano dalla società moderna, facendo sacrifici immensi, e magari riesce nel suo sogno/impresa: E' VISTA MALE!!!

Si vuole l'omologazione di tutto anche dello sport: il Dio calcio deve essere l'unico sport, il resto è roba da sfigati.

Insomma, come al solito, le menti realmente libere, sono sempre viste male.

il messaggio finale che si passa è: state a casa! perchè là fuori rischiate di lasciarci le penne e non osate mai superare i vostri limiti.

Forse sono andato troppo sull'idealistico ma è solo un mio pensiero dettato dall'esperienza personale.
 
Quando si parla di montagna secondo me si parla di rischio a priori, perchè è sempre e comunque un ambiente in cui il pericolo è in agguato, più che in altre situazioni in cui normalmente viviamo, altro posto dove è innegabile, e forse anche maggiore, il rischio, è il mare.
Qua si parla di libertà, libertà di poter portare i propri limiti più in alto, libertà di cavalcare questo rischio. La libertà deve essere sacra, nel momento in cui questa nostra libertà non invade la libertà, o la serenità altrui. Fare fuoripista in zone di passaggio su piste o luoghi abitati è un atto criminale che va sanzionato pesantemente, fare fuoripista nel nulla è semplice affermazione di libertà, affermazione che va protetta.

Sui soccorsi, l'argomento è spinoso... è giusto rischiare la vita per colpa di qualcuno che, inconsapevolmente o con stupidità, ha un incidente in montagna?
Di recente la regione veneto ha introdotto l'elisoccorso a pagamento per gli sport "estremi" così come già succede nel resto d'europa («Tariffe sui soccorsi, colpo al turismo» - Corriere del Veneto)
C'è una polemica in corso, ma parliamoci chiaro: i cittadini italiani hanno diritto al soccorso medico, ma se questo soccorso ha costi enormi perchè ti vai a impelagare in situazioni difficili, allora è giusto che chi "rischia" si tuteli, o paghi di tasca propria. Personalmente, facendo fuoripista, praticando la discesa in MTB, mi sono fatto un'assicurazione Multisport e risolvo il problema, un amico quest'estate a Leogang, girando in bici, si è rotto una gamba, e tra elicottero e soccorso gli han presentato un conto di 3800 euro, si è dovuto vendere la bici per pagarlo, quando con 50 euro all'anno, ti copri da evenienze simili.

Quindi in sintesi, ben venga la libertà e l'accettazione del rischio, ma in luoghi dove non si mettano in pericolo altri, e a nostre spese.
 
Cavolo ma allora anche nel cai ci sono persone sveglie:D

Per come la vedo io questo è un problema che va' ben oltre la montagna, in qualsiasi ambito stanno cercando di limitare la nostra libertà, invece di offrirci un istruzione che porti verso un'autoregolamentazione sociale, e il motivo è ben chiaro.
Sono idee che vanno portate quindi fuori da questo ambito per farle capire "all'uomo della strada", per fargli capire che non è solo un problema di chi va' in montagna.

"l'evoluzione dell'uomo non si deve fermare al pollice opponibile" cit.
 
Condivisibile l'editoriale e condivisibili tutti gli interventi fatti in precedenza!
Secondo me i punti che rendono caldo il problema, rispetto al passato sono questi:
1- c'e' meno sentimento/responsabilita' sociale: se mi faccio male, e' automatico che e' colpa di qualcunaltro, per cui faccio causa all'ente/associazione/societa'/amministrazione di turno, come se dovessero essere degli angeli custodi e prendersi cura della mia salute.
2- c'e' un sensazionalismo giornalistico che esaspera alcuni avvenimenti "indirizzando" l'opinione anche di chi non se ne intende per nulla, ponendo l'attenzione su alcuni incidenti piuttosto che altri (muoiono piu' cercatori di funghi che sciatori in valanga, ma fa piu' notizia una valanga assassina di un fungo assassino ;) ).
3- c'e' una politica poco preparata che va dietro a questo sensazionalismo giornalistico per entrare a far parte della notizia e dice una marea di idiozie.....

Fosse per me, ognuno dovrebbe essere libero di rischiare come meglio crede, pero' a propria responsabilita'! Ti fai male facendo qualcosa di estremo? Ti paghi i soccorsi, ti paghi le cure mediche e la degenza! Coinvolgi i beni di qualcunaltro? Lo risarcisci. Coinvolgi qualcunaltro? Punizione esemplare!
 
Gran bella discussione che straborda prepotentemente nella vita quotidiana!!

La libertà ha un prezzo.... l'impegno costante per difenderla!!!

In Italia c'è una piccola forza politica che la difende sempre e comunque e che cerca anche di esportarla dove questa non c'è.... la mia speranza è che più gente possibile se ne accorga!!!
 
Gran bella discussione che straborda prepotentemente nella vita quotidiana!!

La libertà ha un prezzo.... l'impegno costante per difenderla!!!

In Italia c'è una piccola forza politica che la difende sempre e comunque e che cerca anche di esportarla dove questa non c'è.... la mia speranza è che più gente possibile se ne accorga!!!

Lasciamo fuori la politica, per favore.
Grazie.
 
Condivisibile l'editoriale e condivisibili tutti gli interventi fatti in precedenza!
Secondo me i punti che rendono caldo il problema, rispetto al passato sono questi:
1- c'e' meno sentimento/responsabilita' sociale: se mi faccio male, e' automatico che e' colpa di qualcunaltro, per cui faccio causa all'ente/associazione/societa'/amministrazione di turno, come se dovessero essere degli angeli custodi e prendersi cura della mia salute.
2- c'e' un sensazionalismo giornalistico che esaspera alcuni avvenimenti "indirizzando" l'opinione anche di chi non se ne intende per nulla, ponendo l'attenzione su alcuni incidenti piuttosto che altri (muoiono piu' cercatori di funghi che sciatori in valanga, ma fa piu' notizia una valanga assassina di un fungo assassino ;) ).
3- c'e' una politica poco preparata che va dietro a questo sensazionalismo giornalistico per entrare a far parte della notizia e dice una marea di idiozie.....

Fosse per me, ognuno dovrebbe essere libero di rischiare come meglio crede, pero' a propria responsabilita'! Ti fai male facendo qualcosa di estremo? Ti paghi i soccorsi, ti paghi le cure mediche e la degenza! Coinvolgi i beni di qualcunaltro? Lo risarcisci. Coinvolgi qualcunaltro? Punizione esemplare!

Propria responsabilita', certo, ma come definiamo "estremo"?? Per me estremo e' correre a 150 in atostrada, non fare sci alpinismo ... Chi paga I soccorsi? Se siamo in uno stato di wellfare, la sanita' deve essere per tutti, le imposte le pagano anche gli sci alpinisti.

-- Sent from my HP TouchPad using Communities
 
Mi permetto di essere una voce fuori dal coro, o almeno in parte, non tanto per voler enunciare una ragione assoluta ma quanto per favorire una chiave di lettura che spero stimolante.

Tanto è vero che la società attuale è ossessionata dall'idea di (finta) sicurezza, quanto lo è dall'idea di libertà. Ogni volta che subentra qualche divieto a limitare quello che vogliamo fare (mi ci metto io per primo) si grida all'assassinio della libertà cercando di difendere quello che è il proprio comodo, il proprio interesse, la propria passione. Si tratta di una reazione assolutamente umana e per la quale provo empatia, ma non si può usare la libertà come pretesto unico e intoccabile per difendere qualsiasi cosa, sia essa un hobby o un privilegio.

Nonostante noi si subisca il fascino delle storie alla "Into the Wild", l'uomo rimane un animale sociale e una società ha una serie di valori. All'interno dei valori principali della nostra società vi è sicuramente la libertà, ma non è il primo, assoluto e incontrovertibile di questi. Non c'è niente di scandaloso, a mio parere, che una società cerchi, con lo scambio di idee, di affinare i parametri che definiscono dove e quando la libertà di ognuno vada limitata.

La scala dei valori di una società non è fissa ma mobile, è giusto chiedersi in quali occasioni la vita umana sia superiore alla libertà, in quali sia viceversa e in quali subentrino altri elementi o altri valori a diventar predominanti.

Nel caso specifico dell'articolo, le argomentazioni sono sicuramente valide, tuttavia ho sempre una certa perplessità quando leggo una disquisizione in cui si evita di riconoscere le ragioni dell'altra parte, come se fosse composta da liberticidi folli, stupidi o malvagi. Come ha fatto già notare qualcuno, è assolutamente legittimo che ci si interroghi sull'opportunità di rischiare più vite per il salvataggio di una sola, indipendentemente se il soccorritore sia un volontario o meno. Anzi, proprio perchè è un volontario e dimostra senso di cameratismo per altri alpinisti/sciatori, non dovrebbe essere lui a decidere se andare o no, ma qualcuno di qualificato e distaccato In alcuni casi ci vuole una persona che abbia autorità, conoscenza e responsabilità di dire: "Mi spiace ragazzi ma voi, in queste condizioni non avete il permesso di uscire."

Io sono dell'idea che non sia un problema sociale se qualcuno decide di mettere a repentaglio la sua vita. Credo sia giusto che chiunque possa decidere di farlo, purchè ben consapevole di farlo a suo rischio e pericolo e che, in alcune situazioni, potrebbe dover pagare salati conti e, in altre, si possa decidere di non rischiare altre vite per salvar la sua.
 
Propria responsabilita', certo, ma come definiamo "estremo"?? Per me estremo e' correre a 150 in atostrada, non fare sci alpinismo ... Chi paga I soccorsi? Se siamo in uno stato di wellfare, la sanita' deve essere per tutti, le imposte le pagano anche gli sci alpinisti.

-- Sent from my HP TouchPad using Communities

La tua osservazione è più che condivisibile! Si dovrebbe stilare una scala di rischio......sarebbe fattibile? non lo so......
E' però innegabile che ci siano atteggiamenti irresponsabili che poi paghiamo tutti e questo non lo trovo giusto.
C'è sempre una componente soggettiva nella valutazione del rischio o dell'estremo, ci sono però comportamenti che sono oggettivamente più pericolosi di altri.
Per riprendere il tuo esempio: ti piace guidare a 200 all'ora in autostrada? bene, sappi che se generi un incidente, TUTTE le conseguenze sono a carico TUO (soccorsi, spese mediche, interventi e rendita vitalizia in caso di inabilità permanente!).
 
Top