in effetti sta scritto su ogni testo di scienza economica che il progresso è tale solo quando parallelamente all'aumento del reddito pro-capite si ha un umento del tempo lebero...
...e temo proprio qui stia l'inghippo..
Piccolo OT: l'altro giorno stavo rimettendo in sesto un videoproiettore degli anni '60.. pensiero amarcord lo ammetto, ma dirvi che era costruito in modo naive ed allo stesso tempo solido, è dir poco. Prova ne è che funziona ancora PERFETTAMENTE, pur con i limiti tecnologici del caso.
Quanti elettrodomestici odierni saranno ancora in vita ed utilizzabili, anche solo tra 15 o 20 anni?
Pensiamo solo ad un frigo: sono cresciuto con l'idea che il ciclo vita fosse 20 anni, poi si è ridotto più o meno alla metà negli anni '90, ad oggi provate ad averne uno scarico, informandovi sul costo di intervento, e scoprirete che costa meno prenderlo nuovo. Ciclo vita atteso anche al di sotto dei 10 anni, a volte.
Riflessione di fondo è quindi quella che il sistema capitalistico-consumista, laddove un segmento di mercato tende a saturarsi (ed è fisiologicamente così), ha da tempo capito che basta ridurre il ciclo vita del prodotto, aumentando nel contempo il desiderio di cambiare (marketing).
Un cambiamento a livello ecologico si avrà solo come conseguenza di un cambiamento di abitudini, che richiedono però a loro volta uno stravolgimento dei fondamenti stessi delle economie e strutture sociali in cui viviamo.
Possibile? Secondo me si, ma solo di fronte al vero e tangibile "baratro", prima di allora è nella natura umana tirare a campare: finchè non ho i rifiuti nel salotto, non me ne preoccupo, in soldoni. Una specie di "nimby" globale.
Circa le rinnovabili, sono un palliativo, ed in generale dobbiamo pensare, parlando di
break even, al fatto che attualmente le aziende non hanno la lungimiranza per affrontare certi investimenti: il payback la fa da padrone, e la miopia strategica dell'ennesimo AD ogni due anni di mandato, di sicuro non aiuta. Non aspettiamoci molto da questi quindi, a meno che a loro volta non messi alle strette dai Governi.
Peraltro, piccola parentesi in proposito: perchè io, ipotetico imprenditore europeo, devo sottostare a costi per l'ecologia, quando in altri Paesi producono come io producevo forse negli anni '50, e sono fuori dai giochi? Al protocollo di Kyoto, mi si spiega perchè si accetti il fatto che India, Cina, etc. possano restarne fuori perchè "ultimi arrivati"? E' una logica deprimente, e peraltro questo giochino a noi (dove "noi" è inteso come "world") ci è costato non poco.
Il "modello" che vedo, grosso modo, ha due aspetti principali, legati a filo doppio tra di loro
Paesi in via di sviluppo: regole lasche -> minori vincoli -> minori costi -> prodotti più economici -> minor ciclo vita
Paesi "old school": maggiori costi di produzione -> prodotti non concorrenziali -> svalutazione potere produttivo/export del Paese "n" -> minor capacità di acquisto dei suoi cittadini -> orientamento al consumo di prodotti più economici
Nel contempo i primi scoprono il "consumismo", e tenderanno ad entrare nei secondi, che nel mentre si avvicineranno ai primi = vasi comunicanti, appiattimento globale.
Per la serie, invece di difendere il "miglior prodotto", richiedendo di fatto che tutti si adeguino, si è fatto l'opposto, con le conseguenze che ora vediamo tutti.
Morale della favola, non è il nucleare, non è la fonte alternativa, non sono in generale "fuori" le risposte, ma piuttosto "dentro": il dentro però è radicalmente cambiato ed è composto da equilibri complessi, che dubito solo con una Kyoto si riescano a risolvere.