Dopo le vittorie in serie, due errori consecutivi per il numero 1 azzurro
Che ora prova a dimenticare e promette: a Torino non sbaglierà
Rocca: "Macché crisi, volevo stupire
fidatevi, ai giochi starò benissimo"
SCHLADMING - A furia di piste vien voglia di depistare. Bode Miller tutti lo credono diretto in America, invece sta andando a Dubai col fratello: una settimana di assoluta vacanza. Giorgio Rocca, invece, è schizzato via da Schladming per andare a Milano, con Tania e Giacomo, e dimenticare, per qualche giorno, l'eclisse di questi ultimi deludenti giorni. Venerdì intende vedere "Monaco '72", il film di Spielberg, suo regista preferito. E poi, sabato, l'attende Fabio Fazio a Rai3, nello studio di "Che tempo fa".
Appunto, che tempo fa?
"Se penso a martedì sera, brutto tempo. Ma già vedo schiarite oltre le montagne. A febbraio sarà tempo bellissimo. Il tempo delle Olimpiadi. Adesso, però, ho bisogno di svagarmi un poco".
Sente lo stress dell'essere diventato famoso?
"Per niente. L'attenzione mediatica mi stimola, mi galvanizza. Non mi pesa affatto. Sapevo che prima o poi sarebbe arrivata: ho lavorato tanto per meritarmela. Ho incominciato ad assaggiarla un paio di anni fa, quando ho vinto per la prima volta a Wengen".
Quando si vince spesso, si diventa in fretta l'idolo delle folle.
"E quando si perde ti dimenticano altrettanto velocemente. Non vorrei che mi capitasse una cosa simile, spero sempre che chi ama lo sport non sia così volubile. Io non voglio avere banalmente successo. Voglio conquistarmi la stima per come sono stato capace di diventare un campione. In Austria ho avuto questa sensazione: nonostante abbia perso due volte, mi hanno applaudito lo stesso. Come hanno applaudito i vincitori di martedì sera, Palander, il primo, un finlandese; Sasaki, il secondo, un giapponese".
Poteva salutare il pubblico, allargando le braccia in segno di scusa.
"Ho avuto quella reazione di rabbia e di stizza perché mi vergognavo d'aver deluso la gente. C'erano quarantamila spettatori. Li ho delusi. Ma ci tornerò e continuerò a gareggiare a Schladming e a Kitzbuehel fin quando non vincerò. Me ne frego se vincerò in Corea: lì la vittoria è solo un numero. Qui è passione, soddisfazione personale. Invece. Sa dove vorrei essere? A Salisburgo, domani. Inaugurano la mostra di Mozart. Ci vuole un bello stacco dopo tutte queste tensioni, e Mozart è l'ideale".
Mozart come antidoto alla vulnerabilità?
"Magari: la musica mi rilassa moltissimo e mi aiuta a ricaricarmi".
Due gare sbagliate in 56 ore. Il Rocca imbattibile che fine ha fatto? E' una questione tecnica? O un calo di concentrazione mentale?
"Sono sempre lo stesso. Non è successo nulla di strano: dopo aver vinto cinque slalom uno di seguito all'altro, ho voluto forzare i miei limiti. Adesso posso dire di conoscerli. Cosa dovrebbe dire, allora, Kalle Palander? Prima di vincere, è saltato anche lui un paio di volte, e prima ha sbagliato tantissimo. Idem Raich. Quest'anno non ha ancora vinto uno slalom, eppure è un fuoriclasse".
Non è che lei ha voluto strafare?
"Mmm. Forse. Può darsi. Cioè, sì, è vero, ho cercato di sbalordire. Ci tenevo particolarmente ai successi di Kitzbuehel e di Schladming, vincere davanti a quel pubblico è come per un cantante d'opera esibirsi alla Scala o al Metropolitan".
Il bastoncino spaccato subito dopo aver concluso la gara è un gesto che non le appartiene.
"Ho avuto una sfortuna esagerata, ero molto nervoso. Avevo tanta voglia di arrivare bene e ho sciupato tutto in quello stupido modo, in un tratto di pista facile, a gara quasi conclusa. Ho spinto più che potevo perché pensavo di limare ancora un paio di decimi, in genere io guadagno nei finali perché gli avversari generalmente sono più stanchi di me".
Già, ma quel gesto?
"Ci stava, ci stava. Uno sfogo. Uno scatto umano. Il mio psicologo dice che la rabbia fa bene, ti motiva di più, è forza psichica. Ogni tanto bisogna arrabbiarsi".
Succede quando si perde. Quando si è sconfitti.
"Calma. Per me non si tratta di due sconfitte. La sconfitta è quando vorresti rendere e non ce la fai. Sono solo tornato coi piedi per terra. Dalle, ma sì, chiamiamole pure sconfitte - piccole sconfitte - c'è sempre da imparare. Sebbene io non abbia nulla da rimpiangere: né come ho corso, né quel gesto. La gente avrà capito che era giustificato. E quell'errore rientra nella statistica di ogni slalomista".
Non la turbano queste controprestazioni, proprio prima dei Giochi di Torino 2006?
"Ho tutto il tempo di archiviare, dimenticare, correggere, recuperare, migliorare. La settimana prossima la dedico ad un richiamo leggero di preparazione atletica, a Livigno. Sempre qui mi allenerò sugli sci, avrò a disposizione la pista di Monte Sponda. Ho deciso di non disputare la combinata di Chamonix, c'è poca neve e non conosco la discesa. Inoltre devo testare i nuovi sci, un lavoro difficile e delicato".
Non le mette apprensione l'appuntamento olimpico?
"No e non voglio farmene mettere addosso. A Salt Lake City non ho sentito l'atmosfera dei Giochi, né ho partecipato alla cerimonia inaugurale, stavamo ad allenarci a Sun Valley. Fu un'Olimpiade estranea. A questa ci tengo, è come fosse la prima. E' più che un simbolo, è un'astrazione. Noi atleti ai Giochi ci battiamo per un'astrazione, i soldi saranno una conseguenza, non la spinta, non lo stimolo. Corriamo inseguendo questa chimera, questo sogno. Non voglio che diventi un incubo".
(26 gennaio 2006)
http://www.repubblica.it/2006/a/speciale/altri/2006olimpiadi/interocca/interocca.html
Che ora prova a dimenticare e promette: a Torino non sbaglierà
Rocca: "Macché crisi, volevo stupire
fidatevi, ai giochi starò benissimo"
SCHLADMING - A furia di piste vien voglia di depistare. Bode Miller tutti lo credono diretto in America, invece sta andando a Dubai col fratello: una settimana di assoluta vacanza. Giorgio Rocca, invece, è schizzato via da Schladming per andare a Milano, con Tania e Giacomo, e dimenticare, per qualche giorno, l'eclisse di questi ultimi deludenti giorni. Venerdì intende vedere "Monaco '72", il film di Spielberg, suo regista preferito. E poi, sabato, l'attende Fabio Fazio a Rai3, nello studio di "Che tempo fa".
Appunto, che tempo fa?
"Se penso a martedì sera, brutto tempo. Ma già vedo schiarite oltre le montagne. A febbraio sarà tempo bellissimo. Il tempo delle Olimpiadi. Adesso, però, ho bisogno di svagarmi un poco".
Sente lo stress dell'essere diventato famoso?
"Per niente. L'attenzione mediatica mi stimola, mi galvanizza. Non mi pesa affatto. Sapevo che prima o poi sarebbe arrivata: ho lavorato tanto per meritarmela. Ho incominciato ad assaggiarla un paio di anni fa, quando ho vinto per la prima volta a Wengen".
Quando si vince spesso, si diventa in fretta l'idolo delle folle.
"E quando si perde ti dimenticano altrettanto velocemente. Non vorrei che mi capitasse una cosa simile, spero sempre che chi ama lo sport non sia così volubile. Io non voglio avere banalmente successo. Voglio conquistarmi la stima per come sono stato capace di diventare un campione. In Austria ho avuto questa sensazione: nonostante abbia perso due volte, mi hanno applaudito lo stesso. Come hanno applaudito i vincitori di martedì sera, Palander, il primo, un finlandese; Sasaki, il secondo, un giapponese".
Poteva salutare il pubblico, allargando le braccia in segno di scusa.
"Ho avuto quella reazione di rabbia e di stizza perché mi vergognavo d'aver deluso la gente. C'erano quarantamila spettatori. Li ho delusi. Ma ci tornerò e continuerò a gareggiare a Schladming e a Kitzbuehel fin quando non vincerò. Me ne frego se vincerò in Corea: lì la vittoria è solo un numero. Qui è passione, soddisfazione personale. Invece. Sa dove vorrei essere? A Salisburgo, domani. Inaugurano la mostra di Mozart. Ci vuole un bello stacco dopo tutte queste tensioni, e Mozart è l'ideale".
Mozart come antidoto alla vulnerabilità?
"Magari: la musica mi rilassa moltissimo e mi aiuta a ricaricarmi".
Due gare sbagliate in 56 ore. Il Rocca imbattibile che fine ha fatto? E' una questione tecnica? O un calo di concentrazione mentale?
"Sono sempre lo stesso. Non è successo nulla di strano: dopo aver vinto cinque slalom uno di seguito all'altro, ho voluto forzare i miei limiti. Adesso posso dire di conoscerli. Cosa dovrebbe dire, allora, Kalle Palander? Prima di vincere, è saltato anche lui un paio di volte, e prima ha sbagliato tantissimo. Idem Raich. Quest'anno non ha ancora vinto uno slalom, eppure è un fuoriclasse".
Non è che lei ha voluto strafare?
"Mmm. Forse. Può darsi. Cioè, sì, è vero, ho cercato di sbalordire. Ci tenevo particolarmente ai successi di Kitzbuehel e di Schladming, vincere davanti a quel pubblico è come per un cantante d'opera esibirsi alla Scala o al Metropolitan".
Il bastoncino spaccato subito dopo aver concluso la gara è un gesto che non le appartiene.
"Ho avuto una sfortuna esagerata, ero molto nervoso. Avevo tanta voglia di arrivare bene e ho sciupato tutto in quello stupido modo, in un tratto di pista facile, a gara quasi conclusa. Ho spinto più che potevo perché pensavo di limare ancora un paio di decimi, in genere io guadagno nei finali perché gli avversari generalmente sono più stanchi di me".
Già, ma quel gesto?
"Ci stava, ci stava. Uno sfogo. Uno scatto umano. Il mio psicologo dice che la rabbia fa bene, ti motiva di più, è forza psichica. Ogni tanto bisogna arrabbiarsi".
Succede quando si perde. Quando si è sconfitti.
"Calma. Per me non si tratta di due sconfitte. La sconfitta è quando vorresti rendere e non ce la fai. Sono solo tornato coi piedi per terra. Dalle, ma sì, chiamiamole pure sconfitte - piccole sconfitte - c'è sempre da imparare. Sebbene io non abbia nulla da rimpiangere: né come ho corso, né quel gesto. La gente avrà capito che era giustificato. E quell'errore rientra nella statistica di ogni slalomista".
Non la turbano queste controprestazioni, proprio prima dei Giochi di Torino 2006?
"Ho tutto il tempo di archiviare, dimenticare, correggere, recuperare, migliorare. La settimana prossima la dedico ad un richiamo leggero di preparazione atletica, a Livigno. Sempre qui mi allenerò sugli sci, avrò a disposizione la pista di Monte Sponda. Ho deciso di non disputare la combinata di Chamonix, c'è poca neve e non conosco la discesa. Inoltre devo testare i nuovi sci, un lavoro difficile e delicato".
Non le mette apprensione l'appuntamento olimpico?
"No e non voglio farmene mettere addosso. A Salt Lake City non ho sentito l'atmosfera dei Giochi, né ho partecipato alla cerimonia inaugurale, stavamo ad allenarci a Sun Valley. Fu un'Olimpiade estranea. A questa ci tengo, è come fosse la prima. E' più che un simbolo, è un'astrazione. Noi atleti ai Giochi ci battiamo per un'astrazione, i soldi saranno una conseguenza, non la spinta, non lo stimolo. Corriamo inseguendo questa chimera, questo sogno. Non voglio che diventi un incubo".
(26 gennaio 2006)
http://www.repubblica.it/2006/a/speciale/altri/2006olimpiadi/interocca/interocca.html