Sono circa le nove di mattina e siamo già dentro al celebre canalino Ferrari, classica via alpinistica per raggiungere il monte Cervandone. Le condizioni della neve sembrano perfette, si riesce a salire nonostante la pendenza con gli sci ai piedi facendo una bella traccia e senza sfondare.
Davanti a noi quattro persone, una guida e un altro scialpinista in tutina ci hanno superato da poco, altri due sono davanti a noi di non molto fin dalla partenza.
Alla strettoia del canalino leviamo gli sci che allacciamo allo zaino e mettiamo i ramponi. Picozza in mano inizio la ripida salita seguendo gli scalini fatti da chi ci ha preceduto. La neve tiene bene e si sale senza problemi. Una condizione quasi miracolosa penso, ricordando le foto di chi negli anni passati aveva affrontato lo stesso percorso. Avrò percorso una cinquantina di metri, sono il primo del mio gruppo, quando sento da dietro un urlo. Alzo la testa e vedo un fiume di neve che scende imponente da sopra.
Ho appena il tempo di girarmi e di cercare il lato del canalino quando sento che la massa di neve mi ha raggiunto e mi travolge implacabile. Inizio a rotolare verso il basso sentendo la pressione della neve che aumenta sul mio corpo. Mi sento soffocare, eppure sono lucido, perfettamente lucido. Provo a nuotare, come dicono si debba fare in questi casi. A tratti mi sembra di riuscire ad emergere, a tratti invece mi sento schiacciare. Mi entra la neve in bocca e mi sento soffocare.
Una sensazione di impotenza di fronte all'elemento naturale mi riempe di sconforto. Sembra pazzesco ma rifletto sulla situazione. Non sono pentito, tipo quando pensi "ma chi cazzo me l'ha fatto fare", ma sono molto triste. Penso che probabilmente morirò e che è troppo presto, che non me lo merito. Penso che molta gente sarà triste per me. Provo a reagire ma la pressione è troppo forte, poi di colpo si alleggerisce, la valanga è uscita dal canale e si allarga riportandomi più in superfice.
La neve si ferma e un braccio emerge, vedo un pò di luce. Ce la posso fare, forse sono salvo. Scavo con la mano emersa e riesco a liberare la faccia. Urlo, non so perchè ma urlo. Riesco a tirarmi fuori, sono impietrito, non dalla paura sostituita adesso da un improvviso senso di euforia per essere sopravvissuto, ma dalle botte che ho preso. Mi guardo in giro e vedo uno dei miei compagni e i due dell'altro gruppo sopra di me. Mancano due dei nostri, penso che non possono che essere sotto. A fatica mi sfilo l'arva, chiedo agli altri se possono aiutarmi nella ricerca. Il mio socio si attiva prontamente gli altri due non ce la fanno.
Gli chiedo di spegnere l'arva e iniziamo la ricerca. Per un momento ringrazio il cielo per tutte le prove fatte ai corsi cai, per sapere esattamente cosa fare in quel momento. La valanga è molto ampia ci dividiamo la zona, io vado in su, Carlo in giù. Non è proprio un comportamento da manuale ma l'unico praticabile in quel momento. Cerchiamo ma non c'è segnale, inizio a preoccuparmi, so benissimo che abbiamo quindici minuti. Continuo a correre in cerca del primo segnale quando vedo due persone scendere a piedi dal canale. Li riconosco sono i nostri. Solo dopo vengo a sapere che sono riusciti a lanciarsi a lato del canale ed evitare miracolosamente il flusso di neve. A quel punto crollo, finita l'adrenalina sento tutti i dolori, la schiena e il ginocchio mi fanno molto male, mi stendo e non riesco più a muovermi.
Poi l'arrivo di altri scialpinisti, poi del soccorso alpino e il viaggio in elicottero verso l'ospedale.
Oggi le polemiche, ma sinceramente in questo momento non mi interessano, sono contento di essere vivo e di potervi raccontare la mia storia.
Davanti a noi quattro persone, una guida e un altro scialpinista in tutina ci hanno superato da poco, altri due sono davanti a noi di non molto fin dalla partenza.
Alla strettoia del canalino leviamo gli sci che allacciamo allo zaino e mettiamo i ramponi. Picozza in mano inizio la ripida salita seguendo gli scalini fatti da chi ci ha preceduto. La neve tiene bene e si sale senza problemi. Una condizione quasi miracolosa penso, ricordando le foto di chi negli anni passati aveva affrontato lo stesso percorso. Avrò percorso una cinquantina di metri, sono il primo del mio gruppo, quando sento da dietro un urlo. Alzo la testa e vedo un fiume di neve che scende imponente da sopra.
Ho appena il tempo di girarmi e di cercare il lato del canalino quando sento che la massa di neve mi ha raggiunto e mi travolge implacabile. Inizio a rotolare verso il basso sentendo la pressione della neve che aumenta sul mio corpo. Mi sento soffocare, eppure sono lucido, perfettamente lucido. Provo a nuotare, come dicono si debba fare in questi casi. A tratti mi sembra di riuscire ad emergere, a tratti invece mi sento schiacciare. Mi entra la neve in bocca e mi sento soffocare.
Una sensazione di impotenza di fronte all'elemento naturale mi riempe di sconforto. Sembra pazzesco ma rifletto sulla situazione. Non sono pentito, tipo quando pensi "ma chi cazzo me l'ha fatto fare", ma sono molto triste. Penso che probabilmente morirò e che è troppo presto, che non me lo merito. Penso che molta gente sarà triste per me. Provo a reagire ma la pressione è troppo forte, poi di colpo si alleggerisce, la valanga è uscita dal canale e si allarga riportandomi più in superfice.
La neve si ferma e un braccio emerge, vedo un pò di luce. Ce la posso fare, forse sono salvo. Scavo con la mano emersa e riesco a liberare la faccia. Urlo, non so perchè ma urlo. Riesco a tirarmi fuori, sono impietrito, non dalla paura sostituita adesso da un improvviso senso di euforia per essere sopravvissuto, ma dalle botte che ho preso. Mi guardo in giro e vedo uno dei miei compagni e i due dell'altro gruppo sopra di me. Mancano due dei nostri, penso che non possono che essere sotto. A fatica mi sfilo l'arva, chiedo agli altri se possono aiutarmi nella ricerca. Il mio socio si attiva prontamente gli altri due non ce la fanno.
Gli chiedo di spegnere l'arva e iniziamo la ricerca. Per un momento ringrazio il cielo per tutte le prove fatte ai corsi cai, per sapere esattamente cosa fare in quel momento. La valanga è molto ampia ci dividiamo la zona, io vado in su, Carlo in giù. Non è proprio un comportamento da manuale ma l'unico praticabile in quel momento. Cerchiamo ma non c'è segnale, inizio a preoccuparmi, so benissimo che abbiamo quindici minuti. Continuo a correre in cerca del primo segnale quando vedo due persone scendere a piedi dal canale. Li riconosco sono i nostri. Solo dopo vengo a sapere che sono riusciti a lanciarsi a lato del canale ed evitare miracolosamente il flusso di neve. A quel punto crollo, finita l'adrenalina sento tutti i dolori, la schiena e il ginocchio mi fanno molto male, mi stendo e non riesco più a muovermi.
Poi l'arrivo di altri scialpinisti, poi del soccorso alpino e il viaggio in elicottero verso l'ospedale.
Oggi le polemiche, ma sinceramente in questo momento non mi interessano, sono contento di essere vivo e di potervi raccontare la mia storia.