freeride...secondo il mio parere spiega tutto il significato stesso
della parola freeride...libero...cavalcare liberi...
liberi dai tracciati, dai paletti e dagli schemi...
non importa se a tempo con o senza stile..con sci larghi o stretti
l'importante è essere liberi di scendere come si vuole dalla montagna
questo è il freeride...io stimo molto i 2 senoner sono molto bravi, simpatici e,
amano molto il mondo dello sci...quindi se loro si impegnano a venir giù
da 1 fuori pista nel tempo più breve possibile sono liberi di farlo come e dove
vogliono...free
Daccordissimo ma se c'è un premio che viene concesso a chi fa il tempo minore per me non è più così free... sai come sono nate le discipline nello sci???
questo è un breve riassunto:
La discesa libera è la prima specialità dello sci alpino, in ordine di tempo e rimane tale anche nella considerazione del profano, particolarmente impressionato dalla velocità e dalle doti d’equilibrio indispensabili agli atleti che provano a dedicarsi principalmente ad essa.
Dai tempi di Colò, la discesa libera ha compiuto molti passi avanti; da gara dedicata agli spericolati è diventata specialità assai più scientifica, grazie all’evoluzione dei tracciati e alla ricerca avanzata nel campo dei materiali.
Il percorso ideale di una discesa libera tipo anni trenta corrisponderebbe più o meno ad un normale tracciato di una pista turistica dei giorni nostri, ridotta però assai in larghezza.
Nessuno allora si preoccupava di livellare gobbe o cunette, di tappare buchi, o di studiare le curve in modo che l’eventuale uscita per la tangente non risultasse tragica.
Tutto ciò risultava possibile anche perché la velocità complessiva di discesa era relativamente limitata.
La prima evoluzione si ha nel’48-’50, gli anni della ripresa delle Olimpiadi e dei Mondiali, fu allora che si iniziò a praticare qualche taglio nel bosco per favorire la velocità degli atleti, ottenendo un grado di pericolosità massima.
Gli atleti portati a subire sollecitazioni assolutamente insostenibili si affidavano all’improvvisazione, non trovando nemmeno negli attrezzi un valido supporto. Si usavano ancora vecchi sci di legno che certo non avevano le qualità per assorbire botte tanto violente.
Soltanto dopo la distruzione sistematica della miglior mano d’opera sciistica si cominciò ad intervenire anche sul tracciato, cercando di livellare i passaggi più ardui.
Le piste da discesa non solo richiedevano interventi dell’uomo in fase di preparazione, ma anche un accurato lavoro immediatamente prima e durante la gara stessa, il fondo ben battuto presentava minori problemi di mantenimento e consolidamento, ma in compenso gli atleti dovevano trovare nuovi mezzi tecnici per affrontare la neve sempre più simile al ghiaccio.
Dalle lamine in osso si passa così a quelle metalliche applicate direttamente sul fondo di legno degli sci e per dare un miglio scivolamento si poteva giocare, fino a quel momento (erano gli anni 50), sulle scioline con tutti i limiti propri di questo prodotto.
Prima rivoluzione quindi con una soletta particolare sotto il legno che da sola assicurava un buon scivolamento, poi seguì, alle Olimpiadi del ’60 lo sci metallico, il famoso “Allais 60” che contribuì al successo di Jean Vuarnet.
Tutta la tecnica di costruzione venne messa in discussione dalla nuova scoperta (due fogli di metallo lunghi e larghi quanto lo sci, imbottiti di uno strato di legno ben assortito e composto ad incastri, davano all’attrezzo un’elasticità eccezionale ed una stabilità quasi assoluta).
Nuovi sci, maggior velocità, nuovi miglioramenti sulle piste se non altro per ridurre la pericolosità e per permettere di sfruttare al massimo questi attrezzi da corsa che ben presto entrarono nell’uso comune.
La tecnologia è ormai scatenata e da lì a poco si sviluppa l’idea della fibra di vetro con la costruzione di sci in materiale plastico (mantenendo sempre viva l’anima di legno), mentre l’evoluzione rapidissima dei materiali derivati dal petrolio permette lo studio, la messa a punto ed il montaggio di nuove solette che rendono lo sci sempre più scorrevole, il metallo che fa maggior attrito, viene ricoperto sulle lamine fino al limite estremo, un millimetro non più di spigolo vivo, e per evitare che la neve si appiccichi anche fianco e parte superiore dello sci vengono ricoperti in materiale plastico.
Sulla linea del metallo e della plastica era logico che si giungesse presto ad una combinazione dei due materiali e come sempre la prima utilizzazione è avvenuta in discesa libera, proprio per sottoporre il prodotto alle maggiori sollecitazioni; ma già si pensa al futuro, sci gassati, acciai in lega superleggiera di tipo astronautico, solette ad assorbimento rapido di sciolina.
Il cammino parallelo registra l’evoluzione delle piste dalle medie difficoltà, ormai la discesa libera è la più prevedibile di tutte le discipline; gli allenamenti vengono cronometrati e sono tante gare nella gara, la linea di discesa prescelta da uno viene praticamente adottata da tutti e si usano le alchimie più strane per preparare gli sci e tutti i materiali al fine di guadagnare qualche centesimo di secondo.
Tutto scientifico e rigoroso com’è in questo momento fa venire un po’ di nostalgia per l’improvvisazione di un tempo, per quell’ultima vittoria che definiremmo storica ottenuta da Davida David nel campionato italiano del 1957, si correva a Gressoney e David che è nato e vissuto nella valle del Lys, conosceva ogni piega di quelle montagne, ogni albero, dosso e cunetta.
Così proprio alla vigilia della gara con un gruppetto d’amici salì quasi a sera sul pendio, batte la neve in un passaggio di non più di un metro, tutto dritto fra gli alberi, che tagliava per intero un curvone.
Il mattino seguente, quando gli spettatori lo videro in piena velocità puntare dritto in mezzo al bosco urlarono di raccapriccio, ma dieci secondi dopo David sbucò in basso, vincente su tutti gli avversari, è questo l’ultimo successo della fantasia.
Delle altre discipline si sa tutto, o quasi, dopo la discesa libera nacque lo Slalom Speciale cui seguì lo Slalom Gigante ed infine negli anni‘70 il Super Gigante, ma storie fantastiche come quella di David si trovano solo nelle prime discese libere, dove a fare da padrone era il coraggio e l’inventiva di quegli “estrosi pionieri”.
Oramai tutto è codificato e il tracciato è composto da porte che ne delimitano il passaggio, al primo sgarro si viene squalificati. L’improvvisazione ormai non si sa neanche cosa sia, tutto quello che bisogna fare, prima di partire, è individuare la tattica migliore e/o possedere mezzi più veloci degli avversari.
Dal mio punto di vista se si continua così, prima o poi (aumentando gli incidenti) inizieranno anche qui a mettere dei limiti (passaggi obbligati, specifici materiali, ecc...)... ops... adesso che ci penso lo stanno già facendo.