Mi piace leggere di tutto. Dal Mauro Corona al caso "Wal Mart".
Cercando informazioni sulla Wikinomics ho trovato il primo capitolo di questo interessante libro (che spero di trovare da qualche parte) che parla di come sta cambiando il mercato.
Per i beni "della mente" l'azzeramento dei costi di stoccaggio e di distribuzione sta modificando il mercato. Le hits hanno sempre meno potere, le nicchie sempre di più.
E volevo sapere secondo voi quali sono le nicchie per gli sciatori.
Quale è la "coda lunga" per lo sciatore. Penso che skiforum senza saperlo si sia già mosso seguendo molte nicchie (freestyler, newschool, scialpinisti con i fat, etc etc) ma sarebbe bello sapere se ce ne sono altre.
Leggetevi questo interessantissimo pdf che può dare spunti notevoli a chi voglia fare qualcosa di significativo tutto suo.
Ecco il pdf:
http://www.codiceedizioni.it/admin/media/8b8ebb8f3167289e8adcf281538d7cd0090203.pdf
ed una osservazione in merito che non ho ancora letto:
http://www.codiceedizioni.it/admin/media/8b8ebb8f3167289e8adcf281538d7cd0090203.pdf
Interessante anche per i negozi di sci del futuro. Non potranno tenere 1000 modelli in negozio. E si troveranno sempre più persone che arrivano in negozio chiedendo uno sci specifico e non il consiglio.
Interessante anche per le case di sci. Non 3 paia di sci "hit" che vanno bene per tutti. Ma tantissimi modelli, magari personalizzabili graficamente.
Qui apro un topic apposito con una idea che mi è venuta.
Alcune parti del pdf:
Dal punto di vista di Ben, il panorama culturale è un continuum
da cima a fondo, dove professionisti e amatori competono allo stesso
modo pur di accaparrarsi la sua attenzione. Ben semplicemente non
distingue tra hit mainstream e nicchie underground – sceglie ciò che
gli piace da un infinito menu, in cui i film hollywoodiani e i video
amatoriali simil-videogiochi convivono gli uni a fianco agli altri.
[...]
La disintegrazione del mainstream in milioni e milioni di frammenti
culturali diversi è qualcosa che sconvolge profondamente i
media e l’intrattenimento tradizionali. Per decenni gli esperti hanno
raffinato le loro capacità di creare, scegliere e promuovere hit, e adesso
questi non bastano più. Il pubblico si sta spostando altrove, verso
una proliferazione confusa e indistinta di… be’, non abbiamo ancora
un termine calzante per questi “non-hit”. Di certo non sono “fiaschi”,
perché, innanzi tutto, la maggior parte di loro non ambiva alla
dominazione del globo. Sono… “qualcos’altro”.
È strano pensarli come una categoria trascurata. Dopo tutto stiamo
parlando della stragrande maggioranza di qualsiasi cosa. La mag-
3 Letteralmente “una taglia che si adatti a tutti”. Si tratta di un concetto,mutuato dal campo
dell’abbigliamento, con cui si esprimono strategie di marketing (strategie one-size-fits-all) volte
a individuare singoli prodotti che possano incontrare il gusto di un’ampia fetta di consumatori.
Anderson riprenderà questo concetto nei capitoli successivi. [N.d.R.]
Introduzione xix
gior parte dei film non diventa un successo, la maggior parte dei
brani incisi non entra nella top 100, la maggior parte dei libri non
sono best-seller, la maggior parte dei programmi televisivi non vengono
neppure rilevati dalla Nielsen e pochissimi furoreggiano nel
prime time. Eppure, molti di loro contano milioni di spettatori in tutto
il mondo. Ma siccome non sono definibili come “hit”, non vengono
presi in considerazione.
Eppure stanno proprio là dove il mercato (un tempo condiscendente)
di massa si sta frammentando. Quel semplice quadro con pochi
hit rilevanti e tantissimi non-hit irrilevanti sta oggi assumendo
l’aspetto di un confuso mosaico di milioni di mini-mercati e microstar.
Ogni giorno che passa il mercato di massa si sta tramutando in
una massa di nicchie.
[...]
Ed è esattamente quello che stavo facendo nel gennaio del 2004,
nell’ufficio di Robbie Vann-Adibé, il direttore generale di Ecast, una
società di “jukebox digitali”4. I jukebox digitali sono proprio come i
jukebox tradizionali – quel grande contenitore con altoparlanti e lucine
intermittenti spesso reperibile nei bar – con la differenza che,
invece di un centinaio di CD, hanno una connessione a banda larga
con internet, e i clienti possono scegliere tra le migliaia di brani scaricati
e immagazzinati nell’hard disk locale.
Durante la nostra conversazione,Vann-Adibé mi chiese di indovinare
quanti, dei 10 000 album disponibili sui jukebox, avessero
venduto almeno un brano a trimestre.
Ovviamente sapevo che Vann-Adibé mi stava tendendo un tranello.
Di norma la risposta corretta sarebbe stata il 20 per cento, in
4Vann-Adibé ha lasciato Ecast nel 2005.
Introduzione xxi
base alla regola dell’80/20 che, come insegna l’esperienza, si applica
praticamente a tutt
vvero: il 20 per cento dei prodotti genera l’80
per cento delle vendite (e di solito il 100 per cento dei profitti).
Ma Vann-Adibé lavorava nel mondo del digitale, così decisi di rischiare,
e azzardai che ben il 50 per cento aveva venduto almeno un
brano a trimestre.
Ora, a prima vista sembra una cifra assurdamente alta. La metà
dei migliori 10 000 libri di una grande libreria non vende nemmeno
una copia a trimestre. La metà dei migliori 10 000 CD da Wal-Mart
non vende nemmeno una copia a trimestre; anzi,Wal-Mart non possiede
neppure la metà di quei CD.È difficile immaginare un mercato
in cui si venda una percentuale tanto alta di un inventario tanto vasto.
Ma la mia idea era che il digitale fosse diverso: per questo motivo
mi ero sbilanciato.
Inutile a dirsi, ero molto, ma molto lontano dalla risposta corretta,
che era il 98 per cento.
[...]
Uno degli aspetti più incoraggianti dell’entusiasmo con cui venne
accolto il pezzo di “Wired”, fu che se ne parlò in ambienti molto diversi.
Originariamente l’articolo era un’analisi della nuova economia
dell’industria dei media e dell’intrattenimento, e lo avevo ampliato
solo un po’ per menzionare di sfuggita che anche società come eBay
(con prodotti usati) e Google (con piccoli inserzionisti) facevano
parte della realtà della coda lunga. I lettori, comunque, videro la
coda lunga dappertutto, dalla politica alle public relations, dagli spartiti
musicali agli sport universitari.
Quello che la gente capì, a livello intuitivo, era che la nuova efficienza
nella distribuzione, produzione e marketing stava cambiando
la definizione di cosa fosse commercialmente valido in generale. Il
modo migliore di descrivere queste forze è che esse stanno renden-
6 Il titolo completo dell’articolo è The Long Tail. Forget Squeezing Millions from a Few Megahits
at the Top of the Charts.The Future of Entertainment Is in the Millions of Niche Markets at the Shallow
End of the Bitstream. [N.d.R.]
Introduzione xxv
do redditizi clienti, prodotti e mercati un tempo trascurabili. Sebbene
questo fenomeno sia più evidente nell’intrattenimento e nei media,
basta andare su eBay per vederlo in azione in altri ambiti, dalle
auto ai natanti.
In generale, è chiaro che la storia della coda lunga riguarda l’economia
dell’abbondanza – ovvero ciò che succede quando gli imbuti
che nella nostra cultura tengono lontane offerta e domanda cominciano
a scomparire e tutto diventa disponibile a chiunque.
Spesso mi viene chiesto di nominare una qualche categoria
merceologica che sfugga all’economia della coda lunga. La mia risposta
abituale è che sarebbe una qualche merce indifferenziata, dove
la varietà non solo è assente, ma indesiderata: ad esempio la farina,
che ricordavo in vendita al supermercato in un grosso sacco etichettato
“Farina”. Poi mi capitò di entrare in un grosso negozio di
alimentari,Whole Foods, e mi accorsi del mio errore: oggi i negozi
espongono più di venti tipi diversi di farina, dalle più semplici,
come la farina integrale e biologica, alle più esotiche, come la farina
di amaranto e la farina di farro. Esiste – sorpresa! – una “coda
lunga delle farine”.
E sicuramente esisterà una Coda lunga degli sciatori. Quale è?
Cercando informazioni sulla Wikinomics ho trovato il primo capitolo di questo interessante libro (che spero di trovare da qualche parte) che parla di come sta cambiando il mercato.
Per i beni "della mente" l'azzeramento dei costi di stoccaggio e di distribuzione sta modificando il mercato. Le hits hanno sempre meno potere, le nicchie sempre di più.
E volevo sapere secondo voi quali sono le nicchie per gli sciatori.
Quale è la "coda lunga" per lo sciatore. Penso che skiforum senza saperlo si sia già mosso seguendo molte nicchie (freestyler, newschool, scialpinisti con i fat, etc etc) ma sarebbe bello sapere se ce ne sono altre.
Leggetevi questo interessantissimo pdf che può dare spunti notevoli a chi voglia fare qualcosa di significativo tutto suo.
Ecco il pdf:
http://www.codiceedizioni.it/admin/media/8b8ebb8f3167289e8adcf281538d7cd0090203.pdf
ed una osservazione in merito che non ho ancora letto:
http://www.codiceedizioni.it/admin/media/8b8ebb8f3167289e8adcf281538d7cd0090203.pdf
Interessante anche per i negozi di sci del futuro. Non potranno tenere 1000 modelli in negozio. E si troveranno sempre più persone che arrivano in negozio chiedendo uno sci specifico e non il consiglio.
Interessante anche per le case di sci. Non 3 paia di sci "hit" che vanno bene per tutti. Ma tantissimi modelli, magari personalizzabili graficamente.
Qui apro un topic apposito con una idea che mi è venuta.
Alcune parti del pdf:
Dal punto di vista di Ben, il panorama culturale è un continuum
da cima a fondo, dove professionisti e amatori competono allo stesso
modo pur di accaparrarsi la sua attenzione. Ben semplicemente non
distingue tra hit mainstream e nicchie underground – sceglie ciò che
gli piace da un infinito menu, in cui i film hollywoodiani e i video
amatoriali simil-videogiochi convivono gli uni a fianco agli altri.
[...]
La disintegrazione del mainstream in milioni e milioni di frammenti
culturali diversi è qualcosa che sconvolge profondamente i
media e l’intrattenimento tradizionali. Per decenni gli esperti hanno
raffinato le loro capacità di creare, scegliere e promuovere hit, e adesso
questi non bastano più. Il pubblico si sta spostando altrove, verso
una proliferazione confusa e indistinta di… be’, non abbiamo ancora
un termine calzante per questi “non-hit”. Di certo non sono “fiaschi”,
perché, innanzi tutto, la maggior parte di loro non ambiva alla
dominazione del globo. Sono… “qualcos’altro”.
È strano pensarli come una categoria trascurata. Dopo tutto stiamo
parlando della stragrande maggioranza di qualsiasi cosa. La mag-
3 Letteralmente “una taglia che si adatti a tutti”. Si tratta di un concetto,mutuato dal campo
dell’abbigliamento, con cui si esprimono strategie di marketing (strategie one-size-fits-all) volte
a individuare singoli prodotti che possano incontrare il gusto di un’ampia fetta di consumatori.
Anderson riprenderà questo concetto nei capitoli successivi. [N.d.R.]
Introduzione xix
gior parte dei film non diventa un successo, la maggior parte dei
brani incisi non entra nella top 100, la maggior parte dei libri non
sono best-seller, la maggior parte dei programmi televisivi non vengono
neppure rilevati dalla Nielsen e pochissimi furoreggiano nel
prime time. Eppure, molti di loro contano milioni di spettatori in tutto
il mondo. Ma siccome non sono definibili come “hit”, non vengono
presi in considerazione.
Eppure stanno proprio là dove il mercato (un tempo condiscendente)
di massa si sta frammentando. Quel semplice quadro con pochi
hit rilevanti e tantissimi non-hit irrilevanti sta oggi assumendo
l’aspetto di un confuso mosaico di milioni di mini-mercati e microstar.
Ogni giorno che passa il mercato di massa si sta tramutando in
una massa di nicchie.
[...]
Ed è esattamente quello che stavo facendo nel gennaio del 2004,
nell’ufficio di Robbie Vann-Adibé, il direttore generale di Ecast, una
società di “jukebox digitali”4. I jukebox digitali sono proprio come i
jukebox tradizionali – quel grande contenitore con altoparlanti e lucine
intermittenti spesso reperibile nei bar – con la differenza che,
invece di un centinaio di CD, hanno una connessione a banda larga
con internet, e i clienti possono scegliere tra le migliaia di brani scaricati
e immagazzinati nell’hard disk locale.
Durante la nostra conversazione,Vann-Adibé mi chiese di indovinare
quanti, dei 10 000 album disponibili sui jukebox, avessero
venduto almeno un brano a trimestre.
Ovviamente sapevo che Vann-Adibé mi stava tendendo un tranello.
Di norma la risposta corretta sarebbe stata il 20 per cento, in
4Vann-Adibé ha lasciato Ecast nel 2005.
Introduzione xxi
base alla regola dell’80/20 che, come insegna l’esperienza, si applica
praticamente a tutt
per cento delle vendite (e di solito il 100 per cento dei profitti).
Ma Vann-Adibé lavorava nel mondo del digitale, così decisi di rischiare,
e azzardai che ben il 50 per cento aveva venduto almeno un
brano a trimestre.
Ora, a prima vista sembra una cifra assurdamente alta. La metà
dei migliori 10 000 libri di una grande libreria non vende nemmeno
una copia a trimestre. La metà dei migliori 10 000 CD da Wal-Mart
non vende nemmeno una copia a trimestre; anzi,Wal-Mart non possiede
neppure la metà di quei CD.È difficile immaginare un mercato
in cui si venda una percentuale tanto alta di un inventario tanto vasto.
Ma la mia idea era che il digitale fosse diverso: per questo motivo
mi ero sbilanciato.
Inutile a dirsi, ero molto, ma molto lontano dalla risposta corretta,
che era il 98 per cento.
[...]
Uno degli aspetti più incoraggianti dell’entusiasmo con cui venne
accolto il pezzo di “Wired”, fu che se ne parlò in ambienti molto diversi.
Originariamente l’articolo era un’analisi della nuova economia
dell’industria dei media e dell’intrattenimento, e lo avevo ampliato
solo un po’ per menzionare di sfuggita che anche società come eBay
(con prodotti usati) e Google (con piccoli inserzionisti) facevano
parte della realtà della coda lunga. I lettori, comunque, videro la
coda lunga dappertutto, dalla politica alle public relations, dagli spartiti
musicali agli sport universitari.
Quello che la gente capì, a livello intuitivo, era che la nuova efficienza
nella distribuzione, produzione e marketing stava cambiando
la definizione di cosa fosse commercialmente valido in generale. Il
modo migliore di descrivere queste forze è che esse stanno renden-
6 Il titolo completo dell’articolo è The Long Tail. Forget Squeezing Millions from a Few Megahits
at the Top of the Charts.The Future of Entertainment Is in the Millions of Niche Markets at the Shallow
End of the Bitstream. [N.d.R.]
Introduzione xxv
do redditizi clienti, prodotti e mercati un tempo trascurabili. Sebbene
questo fenomeno sia più evidente nell’intrattenimento e nei media,
basta andare su eBay per vederlo in azione in altri ambiti, dalle
auto ai natanti.
In generale, è chiaro che la storia della coda lunga riguarda l’economia
dell’abbondanza – ovvero ciò che succede quando gli imbuti
che nella nostra cultura tengono lontane offerta e domanda cominciano
a scomparire e tutto diventa disponibile a chiunque.
Spesso mi viene chiesto di nominare una qualche categoria
merceologica che sfugga all’economia della coda lunga. La mia risposta
abituale è che sarebbe una qualche merce indifferenziata, dove
la varietà non solo è assente, ma indesiderata: ad esempio la farina,
che ricordavo in vendita al supermercato in un grosso sacco etichettato
“Farina”. Poi mi capitò di entrare in un grosso negozio di
alimentari,Whole Foods, e mi accorsi del mio errore: oggi i negozi
espongono più di venti tipi diversi di farina, dalle più semplici,
come la farina integrale e biologica, alle più esotiche, come la farina
di amaranto e la farina di farro. Esiste – sorpresa! – una “coda
lunga delle farine”.
E sicuramente esisterà una Coda lunga degli sciatori. Quale è?
